dal libro

Lo hanno detronizzato.

Dal liberalismo all’apostasia. La tragedia conciliare.

brani scelti

 

 

 

Parte Quarta - Una rivoluzione in tiara e piviale.

Capitolo XXVIII - La libertà religiosa del Vaticano II

 

Secondo il Vaticano II, la persona umana avrebbe diritto, in nome della sua dignità, a non essere impedita di esercitare il proprio culto religioso quale esso sia, in privato o in pubblico, a meno che ciò non turbi la tranquillità e la moralità pubbliche (207). Ammetterete che la moralità pubblica dello Stato «pluralista» promossa dal Concilio non è di natura tale da intralciare molto questa libertà, non più di quanto l’avanzato deterioramento della società liberale limiterebbe il diritto alla libertà della «convivenza», se questo fosse proclamato indistintamente per le coppie liberamente unitesi e per le coppie sposate, in nome della loro dignità umana!

Dunque voi, musulmani, pregate tranquillamente nel bel mezzo delle nostre vie cristiane, costruite le vostre moschee e i vostri minareti accanto ai campanili delle nostre chiese, la Chiesa del Vaticano II afferma che non vi si deve ostacolare, e lo stesso vale per voi, induisti, buddisti …

E noi cattolici, noi cattolici vi domanderemo la libertà religiosa nei vostri paesi, in nome della libertà che vi accordiamo nei nostri … Potremo anche difendere i nostri diritti religiosi nei confronti dei regimi comunisti in nome di un principio dichiarato da un’assemblea religiosa così solenne, diritto già riconosciuto dall’ONU e dalla Massoneria … Tale del resto fu la considerazione di papa Giovanni Paolo II, all’epoca dell’udienza accordatami il 18 novembre 1978: «Lo sapete, mi disse, la libertà religiosa ci è molto utile in Polonia, contro il comunismo!»

Avevo voglia di rispondergli: «Molto utile, forse, come argomento ad hominem, giacché i regimi comunisti hanno inscritto la libertà di culto nelle loro Costituzioni (208), ma non come principio dottrinale della Chiesa cattolica!»

 

I - LIBERTÀ RELIGIOSA E VERITÀ

In ogni caso, ecco quel che risponderebbe in anticipo padre Garrigou-Lagrange:

«Noi possiamo […] fare della libertà di culti un argomento ad hominem contro coloro che, pur proclamando la libertà di culto, perseguitano la Chiesa (Stati laici e di tendenze socialiste) o impediscono direttamente o indirettamente il suo culto (Stati comunisti, islamici, ecc.). Questo argomento ad hominem è giusto e la Chiesa non lo disdegna, utilizzandolo per difendere efficacemente il diritto della sua libertà. Ma non se segue che la libertà di culti, considerata in se stessa, sia sostenibile da parte dei cattolici come un principio, perché essa è in sé assurda ed empia: infatti, la verità e l’errore non possono avere gli stessi diritti» (209).

Mi piace ripeterlo: solo la verità ha diritti, l’errore non ha alcun diritto, questo è l’insegnamento della Chiesa:

«Potestà morale è il diritto, scrive Leone XIII, e come si disse e converrà spesso ridire, è assurdo che la natura ne dia indistintamente e indifferentemente alla verità e alla menzogna, al bene e al male. Le cose vere ed oneste hanno diritto, salve le regole della prudenza, di essere liberamente propagate e divenire il più ch’è possibile comune retaggio: ma gli errori, peste della mente […] è giusto che dalla pubblica autorità siano diligentemente repressi, per impedire che si dilatino a danno comune» (210).

È chiaro, a questa luce, che le dottrine e i culti delle religioni erronee non hanno di per sé alcun diritto a potersi esprimere e propagare liberamente. Per aggirare questa verità lapalissiana, al Concilio si è obiettato che la verità o l’errore, ad essere esatti, non hanno alcun diritto: sono le persone che hanno dei diritti, che sono «soggetti di diritti». In tal modo, si tentava di sviare il problema ponendolo su di un piano puramente soggettivo, e sperando così di poter fare astrazione dalla verità! Ma questo tentativo sarebbe stato vano, come adesso vi mostrerò, addentrandomi nella problematica stessa del Concilio.

Posta al livello soggettivo del «soggetto di diritto», la libertà religiosa significa il medesimo diritto accordato a coloro che aderiscono alla verità religiosa e a coloro che sono nell’errore. È concepibile un tal diritto? Su cosa lo fonda il Concilio?

 

I diritti della coscienza?

All’inizio del Concilio, alcuni vollero fondare la libertà religiosa sui diritti della coscienza: «La libertà religiosa sarebbe vana se gli uomini non potessero tramutare gli imperativi della loro coscienza in atti esteriori e pubblici», dichiarò Monsignor De Smedt nel suo discorso introduttivo (Documentation catholique, 5 gennaio 1964, col. 74-75). L’argomento era questo: ciascuno ha il dovere di seguire la sua coscienza, perché essa è per ciascuno la regola immediata dell’azione. Ora, questo vale non solo per una coscienza vera, ma anche per una coscienza invincibilmente erronea, in particolare per quella di parecchi adepti di religioni false; questi ultimi hanno dunque il dovere di seguire la loro coscienza, e di conseguenza li si deve lasciare liberi di seguirla e di esercitare il loro culto.

L’insulsaggine del ragionamento fu presto scoperta, e bisognò rassegnarsi ad accendere il fuoco con altra legna. Infatti l’errore invincibile, cioè non colpevole, scusa sì da ogni colpa morale, ma non rende l’azione buona (211) e dunque non dà alcun diritto al suo autore! Il diritto non può fondarsi che sulla norma obiettiva della legge, e in primo luogo sulla legge divina, che regola in particolare il modo in cui Dio vuole essere onorato dagli uomini.

 

La dignità della persona umana?

Dal momento che la coscienza non fornisce un fondamento sufficientemente oggettivo, si credette di trovarne uno nella dignità della persona umana. «Questo Concilio Vaticano dichiara […] che il diritto alla libertà umana si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana» (DH 2). Questa dignità consiste nel fatto che l’uomo, dotato d’intelligenza e di libero arbitrio, è ordinato dalla sua stessa natura a conoscere Dio, cosa che non può fare se non lo si lascia libero (212). L’argomento è questo: l’uomo è libero dunque bisogna lasciarlo libero. O anche: l’uomo è dotato di libero arbitrio, dunque ha diritto alla libertà d’azione. Riconoscete il principio assurdo di ogni liberalismo, come lo chiama il Cardinale Billot. È un sofisma: il libero arbitrio si situa nell’ambito dell’ESSERE, la libertà morale e la libertà d’azione dipendono dall’ambito dell’AGIRE. Una cosa è ciò che Pietro è per sua natura, altro ciò che egli diviene (buono o cattivo, nel vero o nell’errore) attraverso le sue azioni! La dignità umana radicale è sì quella di una natura intelligente, capace di conseguenza di scelta personale, ma la sua dignità terminale consiste nell’aderire «in atto» al vero e al bene. È questa dignità terminale che vale a ciascuno la libertà morale (facoltà di agire) e la libertà d’azione (facoltà di non essere impedito di agire). Ma nella misura in cui l’uomo aderisce all’errore o si lega al male, perde la sua dignità terminale o non la consegue, e non può più fondare nulla su di essa! Questo è ciò che insegnava in modo mirabile Leone XIII nei due testi occultati dal Vaticano II. Parlando delle false libertà moderne, Leone XIII scrive in Immortale Dei:

«L’intelligenza, quando accoglie l’errore, la volontà, quando si piega al male e al male aderisce, non corrono al loro perfezionamento, bensì scadono e si corrompono entrambe. Il male adunque e l’errore non possono avere diritto di essere messi in vista e propagati; molto meno favoriti e protetti dalle leggi» (213).

E in Libertas, lo stesso Papa precisa in che consiste la vera liberà religiosa e su cosa essa deve fondarsi:

«Non meno celebrata delle altre è la libertà così detta di coscienza: la quale se prendasi in questo senso, che ognuno sia libero di onorare Dio o di non onorarlo, dagli argomenti recati di sopra è confutata abbastanza (214). Ma si può intendere anche in questo senso, che l’uomo ha nello Stato il dovere di seguire, secondo la coscienza del suo dovere (215), la volontà di Dio, e di adempiere ai suoi precetti senza che nessuno possa impedirglielo. Questa libertà vera e degna dei figli di Dio, che mantiene alta la dignità dell’uomo, è più forte di qualunque violenza e ingiuria, e la Chiesa la reclamò e l’ebbe carissima ognora» (216).

A vera dignità, vera libertà religiosa; a falsa dignità, falsa libertà religiosa!

 

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207) Cfr. dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae, n. 2.

208) Accanto al diritto alla propaganda antireligiosa!

209) Cfr. Reginald Garrigou-Lagrange O.P., De revelatione, T. II, p. 451, 8a obiezione (Ferrari e Gabalda ed. 1921).

210) Enciclica Libertas, PIN 207.

211) San Tommaso, I-II, q. 19, a. 6 e ad 1m.

212) Cfr. Dignitatis humanae, n. 2.

213) PIN 149.

214) Si tratta dell’indifferentismo religioso dell’individuo.

215) Si tratta, evidentemente, concretamente parlando, dei precetti della vera religione!

216) PIN 215.