dal libro

Lo hanno detronizzato.

Dal liberalismo all’apostasia. La tragedia conciliare.

brani scelti

 

 

 Prima Parte - Il Liberalismo. Principi ed applicazioni.

 Capitolo V - Benefiche costrizioni

 

 Vi ho detto che il liberalismo fa della libertà d’azione, definita nel capitolo precedente come l’esenzione da qualsiasi costrizione, un assoluto, un fine in sé. Lascerò al Cardinale Billot la cura di analizzare e di confutare questa pretesa fondamentale dei liberali.

 «Il principio fondamentale del liberalismo, scrive, è la libertà da ogni costrizione, qualunque essa sia, non solo da quella che viene esercitata con la violenza e che ricade solo sulle azioni esteriori, ma anche dalla costrizione che proviene dal timore delle leggi e delle pene, dalle dipendenze e dalle necessità sociali, in una parola dai vincoli di ogni natura che impediscono all’uomo di agire secondo la propria inclinazione naturale.

 Per i liberali, questa libertà individuale è il bene per eccellenza, il bene fondamentale, inviolabile, al quale tutto deve cedere, tranne forse quel che è necessario per l’ordine puramente materiale della comunità; la libertà è il bene al quale tutto il resto è subordinato; essa è il fondamento necessario ogni costruzione sociale» (33).

 Ebbene, dice il Cardinale Billot, «questo principio del liberalismo è assurdo, contro natura e chimerico». Ed ecco l’analisi critica ch’egli sviluppa; mi consentirete di riassumerla liberamente commentandola.

 Il principio liberale è assurdo

 Questo principio è assurdo: incipit ab absurdo, comincia nell’assurdità, per il fatto che pretende che il bene principale dell’uomo sia l’assenza di ogni vincolo in grado di turbare o limitare la libertà.

 Infatti, il bene dell’uomo deve essere considerato un fine: ciò che è desiderato in sé. Ma la libertà, la libertà d’azione, non è che un mezzo, non è che una facoltà che può permettere all’uomo di acquisire un bene. La libertà dunque è completamente relativa all’uso che se ne fa: è buona se è per il bene, cattiva se per il male. Essa non è dunque un fine in sé, non è certo il bene principale dell’uomo.

 Secondo i liberali, la costrizione sarebbe sempre un male (salvo per garantire un certo ordine pubblico). Ma al contrario è chiaro che, per fare un esempio, la prigione è un bene per il malfattore, non soltanto per garantire l’ordine pubblico, ma per la punizione e l’ammenda del colpevole. Anche la censura della stampa, che è praticata pure dai liberali contro i loro nemici, secondo la massima (liberale?) «nessuna libertà contro i nemici della libertà», è in se stessa un bene, non solo per assicurare la pace pubblica, ma per difendere la società dalla diffusione del veleno dell’errore, che corrompe gli spiriti.

 Bisogna di conseguenza affermare che la costrizione non è un male in sé, e anche che essa è, dal punto di vista morale, quid indifferens in se, qualcosa di indifferente in sé; tutto dipenderà dal fine per il quale viene utilizzata. Del resto è questo l’insegnamento di sant’Agostino, Dottore della Chiesa, che scrive a Vincenzo:

 «Tu vedi adesso, penso, che non bisogna considerare il fatto che si è costretti, ma a cosa si è costretti: se al bene o al male. Ciò non significa che qualcuno possa divenire buono suo malgrado, ma il timore di quel che non si vuol patire mette fine alla testardaggine che costituiva un ostacolo e spinge a studiare la verità che si ignorava; bisogna respingere il falso che si sosteneva, cercare il vero che non si conosceva, e si giunge a volere quel che non si voleva» (34).

 Io stesso ho preso parecchie volte la parola al concilio Vaticano II per protestare contro la concezione liberale della libertà, che veniva applicata alla libertà religiosa, concezione secondo la quale la libertà si definirebbe come l’esenzione da ogni costrizione. Ecco quel che dichiaravo all’epoca:

 «La libertà umana non può essere definita come una liberazione da ogni costrizione, a rischio di distruggere ogni autorità. La costrizione può essere fisica o morale. La costrizione morale nell’ambito religioso è parecchio utile e si ritrova per tutte le Sacre Scritture: “il timore di Dio è l’inizio della saggezza”» (35).

 «La dichiarazione contro la costrizione, al n. 28, è ambigua e, sotto certi aspetti, falsa. Che ne è, infatti, dell’autorità paterna dei padri di famiglia cristiani sui loro figli? Dell’autorità degli insegnanti nelle scuole cristiane? Dell’autorità della Chiesa sugli apostati, gli eretici, gli scismatici? Dell’autorità dei capi di Stato cattolici sulle religioni false, che recano con sé l’immoralità, il razionalismo, ecc.?» (36).

 Mi sembra che non si possa confermare meglio il primo epiteto di assurdo, attribuito dal Cardinale Billot al principio del liberismo, che citando Papa Leone XIII:

 «E nulla può dirsi e concepirsi più perverso e strano di quella massima: che l’uomo, perché naturalmente libero, deve andare esente da legge» (37).

 È come dire: io sono libero, dunque mi si deve lasciare libero! Il sofismo implicito viene alla luce se lo si spiega: io sono libero per natura, dotato di libero arbitrio, dunque io sono anche libero da ogni legge, da ogni costrizione esercitata tramite la minaccia di pene! a meno che non si pretenda che le leggi debbano essere prive di ogni sanzione? ma questo significherebbe la morte delle leggi: l’uomo non è un angelo, tutti gli uomini non sono santi!

 Spirito moderno e liberalismo

 A questo punto vorrei fare un’osservazione. Il liberalismo è un errore gravissimo del quale ho già illustrato l’origine storica.

 Ma c’è uno spirito moderno che, senza essere apertamente liberale, rappresenta una tendenza al liberalismo. Lo si riscontra sin dal XVI secolo negli autori cattolici non sospetti di simpatia per il naturalismo o il protestantesimo.

 Non c’è dubbio, è una caratteristica di tale spirito moderno fare questa considerazione: «Io sono libero in quanto non c’è una legge che mi limita» (38). Senza dubbio, ogni legge limita la libertà d’azione, ma lo spirito del Medioevo, cioè lo spirito dell’ordine naturale e cristiano del quale abbiamo parlato in precedenza, ha sempre considerato la legge e le sue costrizioni in primo luogo come un aiuto e una garanzia della libertà autentica, e non innanzitutto come una limitazione.

 Questione di sottolineatura, direte? Io dirò: no! questione essenziale, che segna l’inizio di un cambiamento fondamentale di mentalità: un mondo volto verso Dio, considerato come il fine ultimo da conseguire, costi quel che costi, un mondo assolutamente orientato verso il Bene Sovrano, cede il posto ad un mondo nuovo incentrato sull’uomo, preoccupato delle prerogative dell’uomo, dei suoi diritti, della sua libertà.

 

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33) Op. cit., pp. 45-46.

34) Lettera 93 – ad Vincentium – n. 16, PL 33, 321-330.

35) Osservazione inviata al Segretariato del Concilio, 30 dicembre 1963.

36) Intervento orale nell’Aula conciliare, ottobre 1964.

37) Enciclica Libertas, PIN 180.

38) François Suarez S.J. (1548-1617) esprime questo spirito quando scrive: «homo continet libertatem suam», l’uomo contiene la sua libertà: nel senso che la libertà è anteriore alla legge (De bon. et mal. hum. act. disp. XII, sect. V, p. 448, citato da DTC XIII, 473). – Uno spirito tomista come Leone XIII non ammetteva questa dissociazione di due realtà strettamente correlative.

 

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