morte di gesù

di Alessandro Fiore

In questo periodo dell’anno liturgico conviene considerare attentamente tutto quello che riguarda la Passione di Nostro Signore. Seguiremo San Tommaso d’Aquino che, con la sua solita chiarezza, nella terza parte della Somma Teologica studia la vita di Cristo e, in particolare, la sua Passione e morte.

 

Dopo essersi interrogato sulla Passione in se stessa, valutandone la necessità e la convenienza (Somma Teologica, III, q.46), San Tommaso studia la causa efficiente della Passione (III, q.47). In questa “quaestio” ci si domanda: chi causò la passione e morte di Gesù? A prima vista la risposta può sembrare abbastanza scontata, tuttavia il Dottore Angelico ci offre un quadro più completo delle cause della Passione e, con le sue distinzioni, ci dà una risposta ricca e complessa che mette in luce i diversi livelli di causalità: fisici, morali e metafisici.

San Tommaso comincia ponendosi una domanda sorprendente: Cristo non ha forse ucciso se stesso? Può sembrare persino irriverente porsi questa domanda, eppure il nostro Santo Dottore, al fine di meglio afferrare la verità, non esita ad affrontare di petto tutte le obiezioni, in modo che anche la risposta all’errore faccia progredire la ricerca teologica. In effetti, alcuni versetti della Scrittura ci potrebbero suggerire che, in realtà, Cristo abbia ucciso se stesso: Gesù stesso afferma, per esempio, nel Vangelo di S. Giovanni: “Per questo mi ama il Padre, perché io do la mia vita per riprenderla poi. Nessuno me la toglie, ma io la do da me stesso; ho il potere di darla ed il potere di riprenderla …” (10, 17-18); inoltre Gesù muore emettendo un grande grido, cosa che la morte per crocefissione naturalmente non permette, riaffermando in qualche modo la libertà con la quale offre la sua vita. Anche S. Agostino afferma che “l’anima di Cristo non lasciò la carne contro la sua volontà, ma perché lo volle, quando lo volle, e come lo volle” (De Trinitate, IV). In senso opposto però, Gesù, prevedendo la sua Passione, dice: “… e dopo averlo [il Figliuolo dell’uomo] flagellato, l’uccideranno.” (Luca 18, 33).

Come stanno allora realmente le cose? San Tommaso distingue: “Qualcosa può essere causa di un qualche effetto in due modi. In primo luogo, agendo direttamente. E in questo modo i persecutori di Cristo causarono la sua morte, poiché posero una causa sufficiente a dare la morte, con l’intenzione di uccidere, e si realizzò effettivamente l’effetto voluto; dalla causa da loro posta scaturì la morte. In un altro modo si dice che qualcosa è causa indirettamente, nel senso che non impedisce l’effetto, mentre potrebbe impedirlo … e in questo modo Cristo fu causa della sua passione e morte. Infatti poteva impedire la sua passione e morte: anzitutto, reprimendo i suoi avversari, facendo in modo che essi o perdessero la volontà o non avessero la possibilità di uccidere; in secondo luogo, perché il suo spirito aveva il potere di conservare la natura del suo corpo … Poiché dunque l’anima di Cristo non respinse lontano dal proprio corpo il danno inflitto, ma volle che la sua natura corporea soccombesse a quella sofferenza, si dice che offrì la sua anima, ovvero che sia morto volontariamente”. Così Gesù, pur ridotto all’estremo, conservò abbastanza forza in modo da emettere un grande grido sulla croce, al fine di mostrare che nessuno poteva togliergli la vita contro la sua volontà, e questo fatto riempì di meraviglia il centurione ai piedi della croce che “vistolo spirare in quel modo, disse: “Quest’uomo era davvero Figlio di Dio”.” (Marco 15, 37-39). Perciò, niente “suicidio” (che sarebbe un’uccisione diretta di se stessi) ma sacrificio e volontaria accettazione delle sofferenze fino alla morte per la gloria del Padre e la salvezza delle anime.

Ma la ricerca sulle cause della Passione continua: anche il Padre si può annoverare tra queste cause. Egli non esitò a consegnare suo figlio alla morte. Si potrebbe però formulare subito un’obiezione: come può il Padre “consegnare” suo Figlio, quando Giuda, il “traditore”, fece esattamente la stessa cosa? Potremmo mai attribuire un atto così ignobile al Padre eterno? Eppure S. Paolo è categorico: “Colui che non risparmiò il proprio Figliuolo, ma per tutti noi lo diede …” (Romani 8, 32). San Tommaso ribadisce questa verità e spiega che Dio “consegnò” Cristo alla passione in tre modi: in primo luogo in quanto dall’eternità ha preordinato la passione di Cristo alla liberazione del genere umano; in secondo luogo perché ispirò in Cristo la volontà di soffrire per noi, infondendogli la carità; infine perché non lo protesse durante la sua passione, ma lo espose ai suoi nemici.

Il Santo Dottore risponde poi alle obiezioni notando che, se è crudele consegnare un innocente alla sofferenza ed alla morte contro la sua volontà, non lo è se l’innocente si consegna di sua spontanea volontà, accettando liberamente la morte per un fine eccellente: questa libertà appartiene sia a Cristo come uomo sia a Cristo come Dio, consustanziale al Padre, che ispira nella sua propria volontà umana l’intenzione di dare la vita per la salvezza di molti. In tutto ciò risalta anche la severità di Dio e la gravità del peccato: Dio non ha voluto rimettere il peccato senza applicare la pena corrispondente. Quanto, poi, al tradimento di Giuda, se è vero che anche lui “consegna l’innocente” nelle mani dei Giudei, San Tommaso ricorda che “la stessa azione può essere giudicata buona o cattiva dipendendo dalla radice da cui procede: il Padre infatti consegnò Cristo, e Cristo consegnò se stesso, per carità, e perciò essi sono degni di lode. Giuda invece lo consegnò per avidità, i Giudei per invidia, Pilato per rispetto umano, per timore di Cesare, e perciò sono degni di biasimo”.

Negli ultimi articoli della “quaestio” 46, San Tommaso analizza la colpa di coloro che uccisero Gesù. Sembrerebbe, a leggere la Scrittura, che i persecutori di Gesù, in primo luogo i Giudei, siano da scusare, in quanto misero a morte l’Innocente per ignoranza. San Paolo infatti afferma: “Noi esponiamo la sapienza di Dio in mistero, la sapienza nascosta … e che nessuno dei principi di questo secolo ha conosciuto, perché se l’avessero conosciuta non avrebbero crocifisso il Signore della gloria” (I Cor. 2, 7-8). San Pietro ribadisce chiaramente lo stesso concetto nel suo discorso davanti al popolo di Gerusalemme: “Ora io so, fratelli, che il male fatto da voi e dai vostri capi, fu per ignoranza” (Atti 2, 17). Lo stesso Cristo poi, sulla croce, chiese al Padre di perdonare i suoi persecutori “perché non sanno quello che fanno”.

Si deve ammettere dunque una certa ignoranza. Tuttavia la Scrittura è altrettanto chiara sulla colpevolezza di coloro che uccisero Gesù. Egli stesso lo afferma: “Se non fossi venuto e non avessi parlato, non avrebbero colpa; invece non hanno scusa al loro peccato. Chi odia me odia anche il Padre mio. Se non avessi fatto tra loro opere che nessuno altro ha fatto, non avrebbero colpa; ma ora le hanno vedute, e hanno odiato me ed il Padre mio” (Giovanni 15, 22-24). A Pilato Gesù risponde: “Colui che mi ha consegnato a te ha un peccato più grave” (Giovanni 18, 11). In più la punizione divina di Gerusalemme sarebbe inintelligibile senza una qualche colpa del popolo e dei suoi capi.

Come conciliare allora questa ignoranza e questa colpevolezza (dunque consapevolezza)? San Tommaso ci dà la risposta, come sempre, distinguendo. I Giudei si possono distinguere in “maiores” e “minores”: i primi, cioè i “principi”, i capi, sapevano che Gesù era il Cristo promesso dalle Scritture, infatti vedevano i segni che faceva e la realizzazione delle antiche profezie, ma ignoravano il mistero della sua divinità: “Questa ignoranza non li scusava dal crimine poiché era in qualche modo un’ignoranza affettata : vedevano infatti segni evidenti della sua divinità, ma per odio e per invidia pervertivano questi segni, e non vollero credere alle sue parole allorché si diceva figlio di Dio”. I “minores”, invece, cioè la gente semplice del popolo, che ignoravano i misteri della Scrittura, non ebbero piena consapevolezza né della qualità di figlio di Dio né della qualità di Messia, anche se alcuni di loro ne ebbero conoscenza. La colpevolezza dei secondi fu quindi minore rispetto a quella dei capi. Si può anche dire che alcuni dei “principi” ebbero parziale consapevolezza persino della divinità di Gesù, ma non vollero dare pieno assenso a questa verità di fede “per odio e invidia”. Sulla causa della mancanza di fede del popolo Giudeo, San Tommaso è chiaro: “non lo riconobbero come figlio di Dio a causa dell’odio”. Una certa ignoranza quindi, ma una “ignorantia affectata” (ignoranza affettata, cioè “colpevole” e anzi “voluta”, “coltivata”) “che non scusa dalla colpa ma anzi forse l’aggrava, infatti così l’uomo mostra di avere una forte affezione per il peccato poiché vuole rimanere nell’ignoranza al fine di non evitare di peccare”.

San Tommaso conclude in questo modo l’articolo 5: “Così i Giudei peccarono, non solo come crocifissori dell’uomo Cristo, ma come crocifissori di Dio”.Questa frase introduce bene l’ultimo articolo della “quaestio” nel quale il Dottore Angelico si chiede se il peccato dei crocifissori fu il più grave in assoluto. A prima vista sembrerebbe di no, visto che, come abbiamo detto, ci fu una certa ignoranza. Ma abbiamo ormai tutti i principi per rispondere e per affermare l’estrema gravità del peccato in questione. Ricordiamo le terribili parole che Cristo rivolge agli Scribi e ai Farisei: “E voi colmate la misura dei vostri antenati. Serpenti, razza di vipere, come sfuggirete alla condanna della Geenna? Perciò, ecco, io vi mando profeti e sapienti e scribi; e di essi ne ucciderete, e metterete in croce e flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguirete di città in città, affinché ricada su di voi tutto il sangue giusto sparso sulla terra … Io vi dico in verità che tutte queste cose verranno su questa generazione” (Matteo 23, 32-36). San Giovanni Crisostomo commenta: “In verità colmarono la misura dei loro antenati: quelli infatti uccisero degli uomini, questi invece crocifissero Dio”. San Tommaso valuta così la gravità del peccato di deicidio: “Come si è detto, i principi dei Giudei conobbero il Cristo, e se ci fu qualche ignoranza in loro essa fu un’ignoranza affettata che non poteva scusarli. E quindi il loro peccato fu gravissimo, tanto per il genere di peccato, quanto per la malizia della volontà. I “minores” tra i Giudei peccarono gravissimamente quanto al genere di peccato, ma il loro peccato era in qualche modo diminuito a causa della loro ignoranza … Invece il peccato dei Gentili, le cui mani crocifissero Cristo, fu molto più scusabile poiché non avevano la conoscenza della legge”. Perciò San Tommaso precisa che le parole di Gesù sulla croce (Padre perdona loro …) si riferiscono ai “minores” (oppure ai soldati romani) e non ai principi dei Giudei.

È noto che oggi, sotto la pressione del dialogo interreligioso, molti teologi ed anche esponenti della gerarchia della Chiesa, rifiutano di riconoscere il fatto del “deicidio” (così anche Benedetto XVI nel suo secondo volume sulla vita di Gesù). Eppure, il concetto è presente nei monumenti della Tradizione, e rappresenta la logica conseguenza della cristologia cattolica. Alcuni hanno detto che non si dovrebbe parlare di “deicidio” in quanto coloro che uccisero Cristo non l’uccisero in quanto Dio ma in quanto uomo: è chiaro che Dio in quanto tale, cioè nella sua natura divina, non può morire. Non si potrebbe dunque propriamente uccidere Dio: la morte tocca solo la natura umana di Gesù. Gesù soffre e muore solo “in quanto uomo”. Questo basterebbe per escludere che si possa parlare di “uccisione di Dio” o “deicidio”. In realtà quest’obiezione proviene dall’ignoranza delle profonde conseguenze dell’unità personale del Verbo Incarnato.  In fondo, l’argomento è lo stesso cui fece ricorso l’eretico Nestorio per negare che si potesse parlare di Maria come “Madre di Dio”: infatti “Dio”, diceva, non può “nascere” o essere concepito; Dio è eterno ed immutabile: solo la natura umana di Gesù può essere generata nel tempo. Maria è madre della natura umana di Gesù, non madre di Dio. Nestorio distingueva sostanzialmente due “persone” in Cristo corrispondenti alle due nature, unite sì ma pur sempre due. Secondo questa posizione, molte cose, proprie della natura umana di Cristo, non possono essere predicate alla persona divina.

La teologia cattolica (e, prima ancora, il Vangelo, che chiama Maria “madre del Signore”) risponde a quest’obiezione rilevando che, benché sia vero che la natura divina non può nascere, né d’altronde soffrire o morire, tuttavia le azioni che provengono da Gesù o che Egli subisce, si riferiscono all’unica persona divina del Verbo. Il Verbo agisce attraverso due nature che sono, filosoficamente, “quo”, ciò mediante il quale, o in ragione del quale il soggetto (“quod”) agisce oppure patisce. Ma il soggetto ultimo di attribuzione rimane la persona che in Gesù è unica (la persona del Verbo), e che è “Dio” (nome concreto che esprime un soggetto di attribuzioni). Così si può dire che Dio (Gesù) “nasce”, “si riposa”, “si è fatto umile e povero”, “soffre”,  anche se queste azioni le compie soltanto in ragione della natura umana che ha assunto e alla quale si è ipostaticamente unito. Se non si potesse parlare dei “crocifissori o uccisori di Dio”, non si potrebbe neanche parlare della “madre di Dio”. Ecco quindi che coloro che crocifiggono e uccidono Gesù, crocifiggono e uccidono Dio e sono responsabili di “deicidio”.