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Mario Palmaro al convegno Concilio Vaticano II: Il mito e la realtà


Il XIX Convegno di Studi Cattolici si è svolto, come di consueto, a Rimini dal 28 al 30 ottobre 2011. Sono stati tre giorni di intensi lavori, nei quali si è affrontato, da varie prospettive, il problema del Concilio Vaticano II, della sua interpretazione e delle conseguenze fattuali prodotte in questi quasi cinquant’anni trascorsi dalla sua apertura. Il livello dei relatori e l’ampiezza dei singoli interventi non rendono semplice l’opera di chi è chiamato a sintetizzare un materiale così ingente. 

Freccia blu Per ascoltare tutte le conferenze

I lavori si sono aperti nella serata di venerdì 28 con la relazione storica della dottoressa Elena Bianchini Braglia, una solida trattazione retrospettiva che ha evidenziato come molte radici della crisi post-conciliare possano essere agevolmente ritrovate a partire dalla rivoluzione francese e, per quanto riguarda l’Italia, dall’epoca risorgimentale. La presa di Roma, avvenuta il 20 settembre 1870, contrariamente a quanto sostengono la maggioranza degli storici cattolici contemporanei, rese oggettivamente più debole ed insicuro il papato, agevolò le infiltrazioni massoniche e facilitò indubbiamente l’opera dei cosiddetti «cattolici liberali». L’esposizione ha, quindi, spaziato dalla contrapposizione ottocentesca fra «cattolici intransigenti» e «transigenti», la lotta, sempre più debole, a causa probabilmente dell’irrompere sulla scena europea del socialismo, contro il cattolicesimo liberale, lo scontro terribile, vinto solo per qualche decennio grazie a San Pio X, con i teologi modernisti e infine l’annichilimento della dottrina sociale della Chiesa nella Democrazia Cristiana, fondata da Romolo Murri, e nel Partito Popolare di don Sturzo. All’inizio degli anni ‘60 dunque l’orientamento culturale prevalente fra i cattolici era ormai pronto, dopo un processo di disgregazione durato oltre un secolo, a recepire l’aggiornamento che porterà il Concilio Vaticano II.

La mattinata di sabato si è quindi aperta con un intervento, davvero approfondito e coinvolgente, del professor Matteo D’Amico, una presenza costante nelle ultime edizioni del convegno riminese. Egli si è proposto di analizzare a fondo il famosissimo discorso di Benedetto XVI alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, l’allocuzione universalmente conosciuta come l’origine magisteriale della cosiddetta «ermeneutica della continuità». Quattro domande aprono il documento:


1 - Qual’è stato il risultato del Concilio?
2 - Il Concilio è stato recepito in modo giusto?
3 - Cosa è stato giusto, cosa sbagliato?
4 - Cosa resta ancora da fare?


D’Amico nota come, a fronte di quattro domande, esistono solo tre risposte. La prima questione, che poi è quella fondamentale, «Quale è stato il risultato del Concilio?», rimane inevasa. Già questo elemento dimostra come il linguaggio adottato non sia analitico e preciso. Si usano, poi, indifferentemente i termini «interpretazione» ed «ermeneutica», come se fossero dei sinonimi. Così, però, non è, anche se i due sostantivi presentano alcuni significati comuni, ma non tutti: la parola ermeneutica, anzi è la base del linguaggio filosofico esistenzialista del XX secolo. Non è un termine della teologia classica e tomista. D’Amico si chiede, poi, quali siano i destinatari del discorso. Quelli "tecnici" sono certamente i cardinali della Curia Romana. Dal contesto si può, tuttavia, pensare che l’esortazione sia rivolta in generale ai teologi. Ma... a chi spetta il compito di interpretare i testi normativi del Magistero, se non al Magistero stesso? Per quale motivo, se l’interpretazione da seguire è quella della continuità non si è mai fatto nulla e si continua a non far nulla nei confronti di coloro che seguono indisturbati una via diametralmente opposta? L’oratore fa, a tal proposito, numerosi esempi fra cui uno di stretta attualità:

«Come mai - afferma - non si prende alcun provvedimento contro il card. Ravasi che, dalle colonne di Avvenire, solo qualche giorno fa, ha affermato che bisogna giungere ad un ‘mea culpa’ per le ingiuste persecuzioni adottate contro i modernisti, e lo scrittore Antonio Fogazzaro in particolare?»

Ma Benedetto XVI stesso dichiara apertamente che lo scopo del Concilio fu «la ridefinizione dei rapporti fra la Chiesa e il mondo moderno». Se questi rapporti devono essere ridefiniti significa che è necessaria implicitamente una rottura con il Magistero precedente, che, invece, aveva sempre condannato gli errori della società contemporanea. Ma D’Amico conclude, introducendo così la relazione successiva, considerando come, sebbene ogni testo abbisogni in qualche modo di interpretazione, il Magistero dovrebbe avere una sua forza intrinseca, un valore in sé, comprensibile, almeno in termini generali, da tutti e immediatamente. Se il vero significato di un atto magisteriale richiede un lungo processo ermeneutico e se, soprattutto, tale processo ha portato la quasi totalità degli esegeti, per quasi mezzo secolo, su una strada erronea, significa indubbiamente che nel testo stesso vi è qualcosa che non quadra, per lo meno qualcosa di ambiguo e poco chiaro.

È giunto, a questo punto, l’interessante intervento del prof. Mario Palmaro, che si è concentrato proprio sul problema della comunicazione nei documenti conciliari. Secondo l’oratore il linguaggio fatto proprio, nei secoli, dalla Chiesa Cattolica si è incentrato essenzialmente su tre punti cardine:


1 - Il latino
2 - La predicazione apologetica
3 - Il linguaggio definitorio e giuridico


Questi elementi rappresentano le tre colonne secolari della comunicazione ecclesiastica. Il latino, proprio perché lingua morta, risulta assai utile nelle definizioni, in quanto non è soggetto alla mutazione di significato delle parole tipica delle lingue parlate. L’uso del latino, dunque, ha sempre facilitato la trasmissione dei concetti teologici da una generazione all’altra. La difficoltà del latino era però mitigata, nella prassi quotidiana, dalla predicazione apologetica, che aiutava i fedeli a comprendere concretamente le verità di Fede e gli errori che potevano mettere in pericolo tali verità. Il professor Palmaro, però, ha concentrato la sua attenzione sul linguaggio definitorio e giuridico. Egli ha indicato quattro caratteristiche principali di tale linguaggio: assertività, categoricità, sicurezza, sinteticità. Per poter discutere delle tesi occorre che esse siano formulate con chiarezza utilizzando formule brevi e precise. Tutti i canoni di una corretta comunicazione insistono sulla brevità dei messaggi e sul numero limitato di concetti da lanciare con un singolo messaggio. Più il messaggio è lungo, più è facile non capirlo o fraintenderlo; più sono i contenuti di una frase, meno sarò sicuro di essere riuscito a trasmetterli efficacemente.

Foto della salaSotto questi aspetti il linguaggio fatto proprio dal Concilio Vaticano II è quanto di più anti-comunicativo si possa immaginare: i documenti sono prolissi, complessi e altamente articolati, testi lunghi, pieni di incisi, periodi dilatati, concetti abbozzati e poi ripresi altrove, esposizione faticosa. Appare senz’altro assai più moderna l’esposizione del Concilio di Trento o del Vaticano I. Se lo scopo era quello di spiegare meglio la Fede all’uomo contemporaneo è indubbio che l’obiettivo è stato fallito.
Terminata la conferenza del professor Palmaro, don Davide Pagliarani, Superiore del Distretto italiano della Fraternità Sacerdotale San Pio X, ha rivolto all’oratore una serie di domande, intese ad illustrare il libro scritto a quattro mani dal conferenziere con Alessandro Gnocchi «La bella addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà.», edizioni Vallecchi.

Il pomeriggio si è aperto con l’intervento di don Emmanuel du Chalard, che ha introdotto la presentazione di Cristina Siccardi dei suoi due libri «Maestro in Sacerdozio. La spiritualità di Monsignor Marcel Lefebvre» (Sugarco Edizioni) e «Giuseppe Cafasso. Un Santo del Risorgimento» (Paoline Editoriale Libri). L’autrice ha rilevato tra l’altro che, attraverso documenti inediti, è stato possibile ricostruire la formazione e la profonda spiritualità  di Monsignor Lefebvre che ebbe due vocazioni: essere degno sacerdote e formare santi sacerdoti. Alcuni dei maggiori interpreti del Cattolicesimo, da san Tommaso d’Aquino a dom Marmion, da Chautard a sant’Agostino, da san Giovanni Crisostomo a Père Emmanuel André… sono stati gli insegnanti di Monsignor Lefebvre. «Stat crux dum volvitur orbis» («La Croce resta fissa mentre il mondo ruota») diceva san Bruno, fondatore dei Certosini, così fu per il fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, al contrario di ciò che accadde con il Concilio Vaticano II e a seguire, quando al centro fu posto il caos del mondo e da esso fu gettata fuori la Croce.

Il professor Massimo De Leonardis, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano, si è concentrato sugli effetti pratici determinati dalla dichiarazione conciliare «Dignitatis Humanae». Ne ha ripercorso, dapprima, brevemente la storia e la dura contrapposizione emersa, all’epoca, fra il Cardinal Ottaviani e il Cardinal Bea. Entrambi presentarono schemi per questo documento, schemi radicalmente contrapposti l’uno all’altro. La battaglia si sviluppò fino all’ultimo giorno prima della chiusura del Concilio e, nonostante le modifiche apportate, i «non placet» furono comunque più di settanta. Dopo l’approvazione, comunque, al di là delle ermeneutiche, furono i fatti a chiarire ampiamente che il documento si poneva in netta rottura con la tradizione bimillenaria della Chiesa. Il professor De Leonardis, infatti, ha ripercorso, con dovizia di dati, le vicende dei vari concordati e convenzioni fra la Chiesa e gli Stati dopo il 1970. In Colombia, in Perù, nel Cantone svizzero del Vallese, in Portogallo ed in Spagna furono i medesimi Nunzi Apostolici a richiedere esplicitamente ed insistentemente che le Costituzioni cancellassero dai loro testi il riferimento alla religione Cattolica come unica religione dello Stato. Un atteggiamento questo che, solo qualche anno prima, sarebbe apparso inconcepibile alla diplomazia vaticana. Se si analizza inoltre il Concordato italiano del 1983 si nota subito, anche da noi, l’assoluta scomparsa di ogni riferimento alla confessionalità dello Stato e ciò, come è ampiamente dimostrato, su esplicita richiesta della S. Sede. «Contra factum non valet argumentum», dunque. Si può ben declamare allora, a parole, l’ermeneutica della continuità... La rottura, però, fu ed è nella realtà e la realtà non si può negare.

Al termine della relazione di Massimo De Leonardis ha preso brevemente la parola don Emanuel Du Chalard, grande collaboratore di Monsignor Lefebvre. Egli ha colto l’occasione per riferire di aver fatto delle indagini presso gli archivi del Concilio allo scopo di comprendere chiaramente quale fu il comportamento del fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X in occasione delle votazioni sulla «Dignitatis Humanae». Il suo voto fu sempre contrario. È vero, però, che la sua firma appare nell’atto di promulgazione del documento, ma tale firma, secondo i regolamenti che erano stati cambiati da poco, aveva essenzialmente un significato di testimonianza in relazione all’avvenuta promulgazione papale. Egli, in altre parole, con quella firma si limitò a testimoniare di aver assistito all’avvenuta promulgazione e non intese approvare il documento.

Don Emanuel Du Chalard ha, poi, introdotto il dottor Roberto Galbiati, che ha presentato i «Quaderni di San Raffaele», rivista che tratta di tutti i temi inerenti la vita, di cui è appena uscito il settimo numero, dedicato alla morte ed al morire. I numeri precedenti, tutti monografici, hanno riguardato l’eutanasia (n.1), le cellule staminali (n.2), la sofferenza ed il soffrire (n.3), l’aborto (n.4 e n.5) e la fecondazione artificiale (n.6). Per informazioni ed abbonamenti si può scrivere all’e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

La densa manifestazione è stata, infine, conclusa da don Davide Pagliarani, superiore del distretto italiano della FSSPX. Nelle sue parole si possono leggere sicuramente, sia pur fra le righe, alcune considerazioni relative all’attuale delicato momento dei rapporti fra la Fraternità e le autorità romane. Don Davide ha incentrato il suo intervento sul significato della parola Tradizione nella teologia cattolica. Essa non è altro che la difesa e la trasmissione fedele, di generazione in generazione, del «depositum fidei» rivelatoci da Nostro Signore Gesù Cristo. La Tradizione è, dunque, una fonte della rivelazione superiore alla stessa Scrittura. La Scrittura, infatti, nasce dalla Tradizione ed è la Chiesa, basandosi su di essa, che attesta anche il canone della Scrittura. Negli ultimi anni, però, si sta assistendo ad un mutamento significativo nel concetto stesso di Tradizione. Si tende a contrapporre una supposta «Tradizione vivente» ad una «Tradizione pietrificata». Quest’ultima sarebbe erroneamente fatta propria dai tradizionalisti. Il termine «Tradizione vivente», di per sé, non è sbagliato. Fu usato, anche prima del Concilio Vaticano II, soprattutto per contrapporlo alla «Sola Scrittura morta» dei protestanti. Ciò che, però, non si può accettare è, invece, il concetto esistenzialistico di tradizione vivente.

In tale  accezione la tradizione non avrebbe più il significato di trasmettere i contenuti della Fede, recepiti come dogmi, le Verità morali, ecc. Essa avrebbe piuttosto la funzione di "riattualizzare" l’esperienza di fede dei primi cristiani. L’oggetto sarebbe l’esperienza, un clima culturale, uno stato d’animo, una emozione. Secondo la filosofia esistenzialista, infatti, la conoscenza non è, come in San Tommaso, l’adeguamento dell’intelletto umano alla cosa da conoscere. Per loro la conoscenza dipende dal soggetto, dalla sua situazione personale, contingente, dallo stato d’animo del momento. La verità va pertanto continuamente riattualizzata, rivissuta, rielaborata. Ad esempio: «se io vi parlo della tradizione adesso che siete stanchi, essa diventa noiosa e triste. Se ve ne parlo domani mattina, che siete riposati, diventa una cosa bella ed attraente». Non che ciò fenomenologicamente non abbia una sua verità, ma tale verità riguarda la ricezione del soggetto e non la cosa conosciuta in sé. Questa concezione esistenzialista della Tradizione sta probabilmente alla base della proliferazione del Magistero moderno: montagne di carta, migliaia di documenti sempre alla ricerca di fissare un qualcosa che però non è fissabile perché mutano le situazioni, gli ascoltatori e, quindi, deve cambiare anche la percezione della  dottrina. Un magistero "disperato" costretto ad inseguire un qualcosa che non si ferma mai.

Se, quindi, è questo il concetto di tradizione con cui la Fraternità deve confrontarsi diventa davvero difficile capirsi con gli interlocutori che spesso danno un significato diverso alle stesse parole, un significato, fra l’altro, mutevole e difficile da fissare. Sappiamo, però, che, quando Dio vorrà, questa crisi, comunque, passerà. Per questo dobbiamo essere costanti e pregare Maria che riesce a realizzare anche imprese che umanamente sembrerebbero impossibili.

Marco BONGI