Editoriale

Cari Fedeli,

«Domando che la vostra carità abbondi ancora più e più in cognizione ed ogni discernimento affinché distinguiate il meglio, affinché siate puri ed irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di frutti di giustizia per Gesù Cristo, a lode e gloria di Dio» (lettera ai Filippesi 1, 9-11).

Vi è forse qualcosa di più grande che possa raccomandare a tutti voi servendomi delle parole stesse del grande Apostolo Paolo?

La carità di cui parla è l’amore di Dio e del prossimo; cognizione e discernimento indicano la conoscenza teorica e la conoscenza pratica di ciò che si deve fare; il tutto finalizzato a portare abbondanti frutti di giustizia, vale a dire di opere buone per la gloria di Dio. È questo quello zelo che animava il profeta Elia «Zelo zelatus sum pro Domino Deo exercituum – Ardo di zelo per il Dio degli eserciti» (1Re 19, 10).

Un altro grande Santo, considerato a giusto titolo il Padre del monachesimo occidentale, san Benedetto, parla nel capitolo 72 della sua Regola, di uno «...zelo buono che separa dai vizi e conduce a Dio e alla vita eterna» (Regola, cap. 72). È da questo santo zelo che dobbiamo lasciarci animare!

Quali sono, secondo san Benedetto, le sue note caratteristiche? È di capitale importanza il conoscerle (cognizione, per dirla con san Paolo), se vogliamo praticare quotidianamente questo zelo buono (discernimento).

– Il rispetto del prossimo: «[I fratelli] si prevengano l’un l’altro nel rendersi onore» (Regola, cap. 72). Si tratta di vedere nel nostro prossimo (chiunque esso sia) un’anima creata ad immagine e somiglianza di Dio. È Gesù stesso che ce ne fa un obbligo, l’oggetto di un «comandamento nuovo»: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 13, 34).

Non credo che si rifletta a sufficienza su queste parole.

– La pazienza. Anche quando il nostro prossimo non è perfetto, lo dobbiamo ugualmente amare. Ecco la seconda caratteristica dello zelo: «[I fratelli] sopportino con grande pazienza le loro [dei fratelli] infermità fisiche e morali» (Regola, cap. 72). Quanto realismo nelle parole di san Benedetto! È facile amare il prossimo “idealizzato”, senza difetti: è facile perché tale prossimo, di fatto, non esiste, è una pura astrazione! Stupirsi delle miserie altrui, o peggio scandalizzarsene, significa non conoscere le persone e, in ultima analisi, non conoscere la vita.

Solo la carità soprannaturale può stendere un velo pietoso sulle miserie degli altri e farci amare il prossimo così com’è. Ovviamente cercandone la conversione e il miglioramento, ma  solo lo zelo buono sa pazientare, sa non spegnere «il lucignolo vacillante», sa incoraggiare il bene che vede, anche se poco.

– La prontezza nel rendere servizio. «[I fratelli] facciano a gara nell’ubbidirsi a vicenda» (Regola, cap. 72). Ecco la terza nota dello zelo buono: l’aiuto reciproco. È quanto scrive ancora san Paolo ai Filippesi: «Ciascuno guardi non ai propri interessi, ma a quelli degli altri» (Fil 2, 4). Dio guarda con un occhio di riguardo l’anima che sa dimenticare se stessa per darsi al prossimo: pensare agli altri piuttosto che ai propri interessi personali è segno di vera carità soprannaturale.

Ecco lo zelo che deve animarci.

Che è poi quello zelo che porta le anime a Dio, lo zelo che ci rende veramente apostoli di Gesù Cristo: «Solo il cuore può toccare i cuori. Noi agiamo sulle anime nella misura in cui le amiamo […]. Che cos’è lo zelo? È il movimento stesso dell’amore, ma intensificato al punto tale da rendere l’anima capace di trascinare gli altri nella propria scia. Questo deve essere l’ardore della nostra carità: volere vivamente il regno di Dio nelle anime e nella società; allora troveremo le parole che confortano, combatteremo il peccato, accetteremo le pene, la fatica, il dono e il sacrificio di noi stessi» (Columba Marmion (1858-1923), Le Christ idéal du Prêtre, pag. 173).

Solo così sapremo evitare come la peste tutto ciò che divide, o che potrebbe portare alla divisione: il dubbio, l’insinuazione, il sospetto temerario nei confronti del prossimo, sono altrettanti elementi di divisione. In tutto sappiamo cercare «l’unità nella carità»: tutto ciò che divide (che si tratti della famiglia o di una comunità), tutto ciò che dissolve evitiamolo come la peste, come qualcosa di diametralmente opposto allo zelo buono. È diabolico nel senso stretto della parola (diavolo deriva dal greco diabállein, “disunire, mettere male, calunniare”).

Possa il Verbo che si è fatto carne, unendo in sé la natura divina e la natura umana, essere il nostro vero modello di «unità nella carità».

Santo Natale a voi e alle vostre famiglie, anche a nome della Comunità di Lanzago.

Sia lodato Gesù Cristo

 

Don Luigi Moncalero

 

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