crocifissionedi don Pierpaolo Maria Petrucci

La liturgia della Settimana Santa ci invita a meditare sul grande mistero della Redenzione. Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, va alla Passione per amore nostro. Il Signore soffrì così tanto, nascondendo in un certo qual modo la sua divinità, per poter abbracciare la somma di sofferenze da offrire al Padre ed espiare in maniera sovrabbondante il debito del peccato.

Durante la Passione la fede degli apostoli fu messa a dura prova. Tutti lo abbandonarono nell’orto degli ulivi, solo la Vergine Maria continuò a credere senza ombra di dubbio alla divinità di suo Figlio, unendo le sue sofferenze ai piedi della croce al sacrificio Gesù per la nostra salvezza. Mons. Lefebvre paragonava la Passione di Gesù con la crisi che la Chiesa sta subendo oggi. Essa rivive un po’, nella storia, le tappe della vita di Nostro Signore. Come egli subì la Passione nel suo corpo fisico, così oggi la sta subendo nel suo Corpo Mistico. Sull’esempio della Vergine Maria, come allora, anche oggi dobbiamo conservare la fede, senza la quale, come dice S. Paolo, non si può piacere a Dio.

La fede

Virtù soprannaturale, per essa crediamo tutto ciò che Dio ci ha rivelato e la chiesa ci propone a credere, e questo è il primo passo, indispensabile, nella via della salvezza. Il Concilio Vaticano I ha definito che tramite la ragione possiamo conoscere con certezza, dalle perfezioni della creazione l’esistenza di Dio. Persino i filosofi pagani, come Platone e Aristotele, erano giunti a questa verità naturale con un ragionamento in sé semplice: ogni effetto ha una causa proporzionata. L’esistenza e l’ordine dell’universo, le leggi che regolano la natura non possono spiegarsi senza ammettere l’esistenza di quella causa proporzionata che è un essere intelligentissimo, perfettissimo, esistente di per se e che sostiene nell’essere tutte le creature: Dio.

Tramite la creazione Dio si manifesta all’ uomo. E’ la rivelazione naturale, tanto palese da far giudicare da S. Paolo senza scusa coloro che, contemplandola, non ne riconoscono l’autore. (Rom. 1,20) Ma Dio non si è accontentato di farsi conoscere attraverso le perfezioni della creazione. Ha voluto elevarci allo stato soprannaturale con la grazia santificante, facendo di noi suoi figli ed eredi. Per questo ci ha fatto penetrare nel suo mistero rivelando la sua natura intima di un solo Dio in tre Persone, il grande mistero dell’Incarnazione e Redenzione e tutti gli altri misteri che superano la nostra intelligenza, senza però contraddirla.

Questa Rivelazione soprannaturale Egli ce l’ha comunicata  tramite uomini privilegiati, scelti da lui per trasmetterci il suo messaggio: i patriarchi ed i profeti nell’Antico Testamento, ma soprattutto per suo figlio Gesù Cristo, Salvatore promesso fin dal peccato originale che ha realizzato il mistero della nostra salvezza. Per beneficiarne occorre prima di tutto credere in lui poiché “Chi crederà sarà salvo, chi non crederà sarà condannato”.

La certezza della fede è basata non sull’evidenza della verità che ci è proposta a credere, infatti i misteri sorpassano la nostra intelligenza, ma si fonda sull’autorità di Dio, autore della rivelazione. Crediamo i misteri della fede perché Dio ce li ha rivelati e, come ci ricorda il catechismo di S. Pio X, essendo la verità infallibile, non può né ingannarsi né ingannarci.

 I miracoli

Perché l’atto di fede sia prudente occorre essere sicuri che sia Dio l’autore della rivelazione. Ecco perché  egli l’ha accompagnata con fatti soprannaturali tangibili, di cui lui solo può esserne l’artefice e che ne sono come un sigillo divino: i miracoli. 

Gesù non si accontenta di affermare la sua origine divina, ma lo prova con i fatti, così da rendere senza alcuna giustificazione coloro che non accettano di credere in lui. Pensiamo per esempio a tutte le profezie che annunciavano la sua venuta centinaia di anni prima e che Egli ha puntualmente realizzato. Da quella della sua nascita a Betlemme annunciata dal profeta Michea, fino a quella della sua Passione e morte predette dal Re David e soprattutto da Isaia. (Is. cap. 53)

Gesù stesso fece profezie che si compirono puntualmente, come quella  della sua resurrezione e la distruzione di Gerusalemme, riportata fedelmente dagli evangelisti, in particolare da S. Matteo, Vangelo di cui possediamo un frammento che ultimi studi datano al più tardi dell’anno 50 d.C[1] quindi 20 anni prima della realizzazione di questa profezia che avvenne nel 70 d.C per opera di Tito, figlio dell’imperatore Vespasiano. Ora la conoscenza del futuro che dipende dalla libera volontà dell’uomo è il segreto di Dio, neppure Satana può penetrarlo.

Il Signore confermò inoltre la sua divinità mostrandosi padrone degli elementi, trasformando l’acqua in vino, camminando sulle acque, oppure quando calmò la tempesta con una sola parola. Egli comanda alle malattie, guarisce lebbrosi, paralitici, dà la vista ai cechi. Persino la morte non può resistere al suo potere come lo vediamo nei tre episodi raccontanti nei Vangeli: quello della figlia di Giairo, capo della sinagoga di Cafarnao, quello del figlio della vedova di Naim e quello di Lazzaro che giaceva nel sepolcro già da quattro giorni ed il suo corpo era in decomposizione.

Gesù poteva così smascherare la malafede dei farisei con queste parole: “Se non faccio le opere del Padre mio, non credetemi, ma se le faccio, anche se non credete a me, credete almeno alle opere”. (Gn 10,37-38) Il più grande miracolo sarà comunque la sua resurrezione: prevista dai profeti come il re David, mille anni prima della venuta di Gesù e annunciata dal Signore stesso, per il terzo giorno. I farisei decidono di far custodire il sepolcro dai soldati romani e di sigillarlo. Ma l’uomo non può impedire l’azione di Dio.

Durante quaranta giorni il Signore confermò con numerose apparizioni, la sua resurrezione. Una volta, ci dice S. Paolo nella sua lettera ai Corinzi, Gesù apparve a più di 500 discepoli riuniti insieme. (1 Cor 15,6) Tante prove diedero il coraggio agli apostoli, fortificati dallo Spirito Santo, di predicare la fede dappertutto,  fino a versare il loro sangue per testimoniare che ciò che avevano visto, Gesù morto e risorto, era vero.

 La Passione della Chiesa

La loro predicazione ci è stata trasmessa dalla Chiesa che Gesù ha fondato per la salvezza degli uomini fino alla fine del mondo. Chiesa divina poiché fondata dal Salvatore, che ne resta il capo invisibile, e perché animata ed assistita dalla spirito Santo. Chiesa anche umana perché composta da uomini che sono  in quanto tali fallibili, soprattutto se scelgono volontariamente di non beneficiare dell'assistenza infallibile, di cui Gesù ha dotato il suo Corpo Mistico.

Questo spiega la crisi dottrinale di oggi. Dall’ultimo concilio ci si è allontanati dall’insegnamento tradizionale, su punti fondamentali come il sapere se la religione cattolica sia  l’unica vera; se o no tutti gli uomini devono credere in lui Gesù Cristo per essere salvi; se le società devono dare a Lui un culto pubblico e impedire, quando è possibile, la diffusione delle false religioni. Nella crisi attuale, la luce che può aiutarci a vedere chiaro, non sono cero le nostre idee personali ma l’insegnamento della Chiesa nel suo magistero costante ed infallibile e quindi immutabile. In questo consiste la nostra forza. La fede non può cambiare: “il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno”, dice Gesù. (Lc 21,33)

Vivere alla luce della fede

Per conservare la fede dobbiamo approfondirla tramite buone letture, conferenze, catechismo per adulti. Proteggerla dagli errori moderni, dalla nuova liturgia a sapore protestante, che distrugge nell’anima il senso del sacro, dalla nefasta predicazioni di lupi rapaci travestiti da pastori. Contemplare le verità eterne per vivere, non secondo lo spirito del mondo, ma secondo insegnamenti della fede. E’ verissimo il celebre adagio secondo cui chi non vive come pensa, finisce per pensare come vive. Lo spirito materialista del mondo moderno ci influenza. Se non lottiamo contro i nostri peccati e le tendenza disordinate, se non purifichiamo la nostra anima con il sacramento di penitenza, finiremo per perdere anche la fede. Per questo occorre andare contro la corrente del mondo. Una vita conforme alla fede, non esclude il sacrificio ma dà la pace. Quella pace che il mondo non può dare e che Gesù dà ai suoi discepoli: Vi lascio la pace, vi do la mia pace; io ve la do, non come la dà il mondo, il vostro cuore non sia turbato e non si spaventi”. (Gv 14,27) Gesù porta con se sempre la pace, la serenità dell’anima. E’ questo il dono più grande che può farci e questa pace ce la dà quando viviamo secondo la fede, nella sua amicizia, nella sua grazia.

 


[1] Carsten Peter Thiede, Jésus selont Mathieu, les origines de l’évangile d’après le texte su papyrus d’Oxford P 64 du Magdalen College d’Oxford, F-X de Guibert 1995.