Mons. LefebvreCarissimi amici, mi scuserete se torno ancora una volta su problemi che già conoscete, ma penso che ci sia sempre qualche precisazione da fare. […] Ho certamente spesso ripetuto quello che credevo di dover dire in tutta coscienza, evidentemente dopo aver ben riflettuto e soprattutto dopo l’esperienza di tutti questi anni trascorsi dall’apertura del Concilio fino ai nostri giorni. […]

Fino al Concilio Vaticano II tutti i concili, che io sappia, sono sempre stati dogmatici. Essi hanno avuto l’intenzione e lo scopo di definire verità contro errori che si diffondevano all’epoca, precisando così la Verità. Voi sapete benissimo che il corpo e l’insieme della Verità rivelata è terminato dopo la morte dell’ultimo apostolo. Così ci è stata data tutta la Rivelazione, ma evidentemente essa non era esplicitata e precisata nella sua totalità. Allora tramite i Padri della Chiesa e tutti i teologi queste verità sono state precisate ed i sommi pontefici con il loro Magistero, o tramite il Magistero del Concilio, hanno definito le verità che fanno parte della Rivelazione.

Ciò non significa certo che la verità sia stata rivelata in quel momento. I Papi hanno detto che faceva parte della Verità rivelata prima della morte dell’ultimo apostolo, dunque della Tradizione. Così tutti i concili hanno sempre avuto lo scopo proprio di definire le verità contro degli errori. Invece l’ultimo Concilio ha un carattere particolare, chiaramente manifestato nei suoi atti. È il carattere pastorale. Lo stesso Papa Giovanni XXIII si è preoccupato di dire che non si volevano definire delle verità, perché si riteneva che le verità di cui avevamo bisogno per la nostra fede fossero sufficientemente chiare per il momento, e quindi non si vedeva la necessità di dare nuove definizioni. Questa affermazione del Santo Padre è molto importante. Essa chiarifica lo scopo del Concilio e l’intenzione del Santo Padre nel convocarlo. […] Il Concilio è innanzitutto quello che ne vuole fare il Papa. È lui a comunicare in qualche modo l’infallibilità a tutti i Padri presenti che formano la Chiesa docente. […]

Al Concilio ho proposto l’idea di fare uno schema dogmatico e uno schema pastorale, a causa dei professori di seminario. Pensavo che sarebbe stato utile per i professori di seminario e per tutti quelli che devono insegnare la religione, avere delle formule precise e nette.

Proposi di fare un primo schema corto, breve, con delle formule nette, chiare, che potessero servire ai professori di seminario, ai teologi, e in seguito un’altra parte dello schema di carattere pastorale. Cosa vuol dire poi «di carattere pastorale»? Significa che tale verità si rivolge a tutti i fedeli, e quindi occorre impiegare dei termini più accessibili alla totalità dell’umanità e della Chiesa, e di conseguenza necessariamente più suscettibile di varie interpretazioni.

Quando invece si definisce una verità, si cercano dei termini scolastici, dei termini teologici che non sono sempre alla portata di tutti i fedeli, ma che i teologi, i professori amano sentire perché sono netti, precisi, chiari, si sa cosa vogliono dire. Così si è capaci veramente di insegnare qualcosa di sicuro. Spetta poi ai professori, ai teologi spiegarne il senso ai fedeli. Dunque lo schema pastorale si sarebbe rivolto a tutto il popolo fedele e avrebbe impiegato un linguaggio più semplice. Ma benché quella proposta fosse piaciuta a parecchi Cardinali che vi avevano aderito, immediatamente ci fu una protesta dei cosiddetti animatori del Concilio che dissero: «No, non vogliamo un Concilio dogmatico, facciamo un Concilio pastorale» e così la proposta fu respinta.

Dunque era inteso, quel Concilio doveva rivolgersi a tutti. Fatalmente, dato che non si vuole definire, poiché non si vuole impiegare un linguaggio dogmatico, un linguaggio veramente teologico; per il fatto stesso necessariamente l’infallibilità del Concilio non è più impegnata.

Quando l’infallibilità è impegnata lo Spirito Santo impedisce l’errore, che senza di essa rimane possibile. Non è come l’ispirazione nella Sacra Scrittura, in cui lo Spirito Santo illumina l’intelligenza e spinge la volontà di colui che scrive e gli fa scrivere ciò che vuole, nel suo proprio linguaggio, certamente, ma sempre ciò che lo Spirito Santo vuole che scriva. L’infallibilità consiste nella preservazione da ogni errore. Ebbene, lo Spirito Santo, dato che in definitiva si trattava di una predicazione, di una esposizione pastorale, non poteva intervenire come in una definizione in cui il Papa ha proprio l’intenzione di obbligare in termini espressi la fede dei fedeli.

Nel linguaggio pastorale - in tutto quell’ammasso di parole dette per spiegare la verità, che si possono prendere in molti modi - non si può obbligare in tutto ciò che si afferma. Non si può impegnare la fede dei fedeli su tutte le frasi che vengono dette. Evidentemente, se il Concilio ripete delle verità già definite, che sono già state insegnate come da credersi di fede definita, è chiaro che restano sempre di fede, oppure teologicamente certe. Esse portano sempre la nota teologica che è stata data loro. Nel Concilio ci sono molte verità che sono delle verità definite, ma definite da altri concili, dal Magistero precedente. Senza dubbio il Concilio è un atto importante della Chiesa, ma deve essere considerato proprio secondo il rapporto con tutte le verità rivelate e definite prima.

Ma ciò che vi è di nuovo nel Concilio, e Dio sa se ci sono presentazioni nuove, non è necessariamente contraddistinto dal segno dell’infallibilità. Ho sotto gli occhi il testo dell’edizione del Vaticano II con la risposta del Cardinale Felici alla domanda postagli su quale fosse la nota teologica dei testi del Concilio. Il cardinale Felici rispose che bisognava vedere secondo i vari testi. Non si poteva dare una nota unica generale. Per ciò stesso egli diceva che tutte le proposizioni del Concilio non erano necessariamente da credersi, non erano di fede teologica certa. Dunque si può legittimamente discutere di alcuni paragrafi del Concilio, di alcuni schemi, del loro orientamento. Ci si può fare un giudizio di questo Concilio, senza essere costretti a prenderne tutte le frasi come se fossero di fede. D’altronde, secondo me, è proprio per questo che alcuni orientamenti equivoci hanno potuto insinuarsi in esso. Se il Papa avesse avuto l’intenzione di fare un Concilio dogmatico, questo non sarebbe potuto succedere. Dato che aveva detto egli stesso che non voleva definire, ma che faceva un Concilio pastorale, poiché si è insistito su tale caratteristica, per questo nel Concilio c’è stata possibilità di errore. Ora quando si esaminano davvero gli schemi nel loro insieme, il modo in cui sono stati redatti - una prima, una seconda, una terza redazione…- si constatano con evidenza le diverse tendenze e i diversi orientamenti. […]

Prendiamo ad esempio il sacerdozio dei preti e dei fedeli. Nel Concilio è detto chiaramente che c’è una differenza essenziale tra il sacerdozio dei preti e dei fedeli. In seguito avete una lunga serie di pagine che parlano del sacerdozio in generale, senza fare più differenza tra il sacerdozio dei preti e dei fedeli. È mescolato a tal punto che non si riesce più a distinguere cosa è sacerdozio dei preti e cosa è quello dei fedeli, così si giunge quasi ad una confusione tra questi due sacerdozi. Questo capita abbastanza spesso. Quando si parla della legge, per esempio, si dice che l’uomo beninteso è libero, ma deve sottomettersi alla legge di Dio. Poi si esalta in tal modo la coscienza personale, la libertà dell’uomo, la libertà della coscienza, […] che si finisce per far credere a chi legge che veramente la coscienza sia la prima cosa e venga prima della legge. La forza delle legge si affievolisce. Ecco ancora una tendenza pericolosa, di porre appunto troppa fiducia nella coscienza e di dimenticare la legge, perché infine la coscienza deve conformarsi alla legge. Altrimenti non c’è più regola, ciascuno evidentemente fa quello che vuole.

Molto spesso ci si oppone alla coercizione. Non deve esserci nessuna coercizione né fisica né morale. La libertà religiosa stessa viene definita come l’assenza di coercizione. Ma non c’è società che possa vivere senza coercizione. Essa è necessaria per il bene della società. Se non ci fosse, non ci sarebbe alcuna giustizia, nessuna autorità che fisicamente possa obbligare la gente ad essere ragionevole. Sarebbe il disordine completo e l’anarchia. L’azione della coercizione morale poi è assolutamente indispensabile, è quella della sanzione della legge. Nostro Signore è il primo ad utilizzarla quando dice: «Se non crederete sarete condannati», e che condanna: l’inferno! Non è una coercizione questa? La minaccia dell’inferno, le pene eterne non pesano forse sulla coscienza come una coercizione?

Definire la libertà come l’assenza di coercizione è inimmaginabile. Inoltre non si fanno distinzioni tra coercizione fisica e quella morale e gli atti sottomessi alla coercizione. Tutto questo è per impedire allo Stato d’intervenire nelle questioni religiose. Lo Stato (secondo il Concilio, ndr) non deve intervenire nelle questioni religiose, deve dare la medesima libertà a tutte le religioni, deve accettare che tutte le religioni possano svilupparsi e manifestarsi indifferentemente, dunque non ha il diritto di esercitare coercizioni in campo religioso. Ma invece la coercizione in campo religioso, nel giusto modo e nella giusta misura, è molto raccomandabile, sia per lo Stato, sia per la famiglia, sia per l’individuo stesso, sia per tutte le società.

Se si rifiuta la coercizione in campo religioso, la si può rifiutare anche nella famiglia. Il padre allora non ha il diritto d’intervenire nella religione dei propri figli. La dignità della persona umana impedirebbe ai genitori di intervenire nella religione dei propri figli. Questo è grave, è una tendenza a concedere libertà delle religioni. È spaventoso, è una tendenza che porta all’indifferentismo che i Papi hanno condannato: indifferentismo religioso per cui tutte le religioni sono buone. Tale errore afferma che si deve essere indifferenti riguardo alla religione: a ciascuno la sua religione, ognuno conserva la propria. Ma l’indifferentismo è un’eresia. Questa tendenza della libertà religiosa concessa a tutte le religioni, è una tendenza all’indifferentismo.

Adesso lo vediamo bene, quest’indifferentismo fa dei progressi notevoli. Quali sono le persone, anche cattoliche, che se interrogate direbbero che gli Stati cattolici hanno il diritto d’impedire lo sviluppo delle altre religioni, e non solo il diritto, ma anche il dovere di farlo? «Ah, ma non è possibile, cosa ne facciamo allora della libertà, della dignità della persona umana!». E allora, cosa ne facciamo della Verità? Se uno Stato è cattolico al 98%, come la Colombia per esempio, è perché lo Stato ha protetto la fede dei suoi cittadini contro le propagande protestanti, dei Testimoni di Geova, e contro tutte le propagande possibili e che sono state limitate. Grazie a ciò quegli Stati sono rimasti cattolici, e coloro che hanno fatto questo, che hanno protetto la fede dei propri cittadini, avranno contribuito alla salvezza di milioni d’individui che si saranno salvati per quelle leggi. Leggi che non ci sarebbero state se lo Stato avesse lasciato perdere e avesse detto: «Beh, adesso c’è libertà religiosa per tutti, diamo a tutti la libertà religiosa, vengano pure tutti a proclamare la propria religione». Così quantità di persone sarebbero passate al protestantesimo. Da un anno, ciò si è compiuto. Hanno soppresso questa legge, e adesso i protestanti possono svilupparsi come vogliono, i Testimoni di Geova a loro piacimento, e queste povere persone, 90% analfabeti, gente povera, che vive in campagna, non possono resistere a queste propagande. Propaganda di gente che dà loro dei soldi, dei pacchi, che fanno loro delle prediche, che ritorna a trovarli tutte le settimane per indottrinarli. […] Tutto questo è sicuramente contrario alla volontà di Dio e alla volontà di Nostro Signore.

Che negli Stati ci sia la tolleranza, se non c’è modo di fare altrimenti, questo lo si può ammettere. L’errore si tollera, ma non gli si dà un diritto.

Nel Concilio c’è una tendenza all’indifferentismo, una tendenza al naturalismo. Leggete, ad esempio, il capitolo sulle relazioni internazionali in Gaudium et spes, sulle organizzazioni internazionali, sulla pace, sulla guerra. Non vi troverete praticamente nessun riferimento a Nostro Signore Gesù Cristo. «Bisogna che i cristiani aiutino le organizzazioni internazionali ad avere tutti i mezzi necessari a far osservare la pace, ecc.». Forse che il mondo può organizzarsi senza Nostro Signore Gesù Cristo? Può avere la pace senza Nostro Signore Gesù Cristo? Se la pensiamo così non siamo più cattolici, poiché non c’è pace senza Nostro Signore Gesù Cristo, è impossibile. Perché non può esserci pace senza Nostro Signore Gesù Cristo? Perché il mondo è un mondo di peccatori, un mondo che è immerso nel peccato ed il peccato è la causa delle guerre, la causa delle divisioni e degli odi. Dunque se questi peccati sono negli uomini, bisogna dare loro la grazia di Nostro Signore Gesù Cristo per riscattarli dal peccato, per dare loro la virtù. Senza questo, perdiamo tempo, non vale la pena neanche parlare.

Bisogna convertire la gente a Nostro Signore Gesù Cristo. Il giorno in cui l’avremo convertita avremo la pace. Perché si è avuta la pace praticamente per secoli e secoli in Europa? Si parla, è vero, di guerre per tutto il Medio Evo, ma cos’erano queste guerre? Con tutte quelle tregue, erano insignificanti rispetto a quello che possiamo avere oggi, erano cosette da niente. Grazie alla religione cattolica, grazie a Nostro Signore Gesù Cristo, l’Europa ha conosciuto la pace per secoli e ciò avrebbe dovuto estendersi a tutto il mondo. […] Ecco la vera soluzione ai problemi della pace. Se non parliamo di Nostro Signore Gesù Cristo, parliamo a vuoto. […]

Perché allora vi dico che il Concilio è pericoloso? Non vi dico che tutto il Concilio è cattivo, che non ci sia uno schema che possa servire da meditazione, che non abbia belle considerazioni, certamente, ma dico che in questo Concilio ci sono delle tendenze che sono tendenze liberali, di origine liberale, che dunque sono moderniste e molto pericolose proprio perché hanno ispirato le riforme venute dopo e che mettono la Chiesa in ginocchio, è chiaro.

L’albero si giudica dai frutti, non ci sono più vocazioni, non ci sono più seminari, non ci sono più congregazioni religiose. Tutto è raso al suolo. Non ci sono più scuole cattoliche, non c’è più azione cattolica, più niente, sparisce tutto. Allora ci sarà una ragione, un motivo?