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Papa Francesco, un tentativo di lettura del nuovo pontificato

I media insistono nel presentare Papa Francesco come un nuovo inizio per la Chiesa. È una visione fondata? Su cosa precisamente? E a chi giova questo nuovo corso?

 

di don Mauro Tranquillo

La dialettica dei due Papi

Con l’abdicazione di Benedetto XVI e l’elezione di Francesco abbiamo assistito, senza alcun dubbio, a un’imponente operazione mediatica. Non è semplice dire se i media siano stati le vittime di un rapidissimo restyling del Papato, se ne essi siano all’origine, o meglio se vi sia un concorso, o addirittura un concerto di cause. Fatto sta che l’immagine mediatica del Papa e della Chiesa è improvvisamente cambiata.

La Chiesa di Benedetto XVI era presentata come elitaria, distaccata dal mondo moderno, ricca e estremamente corrotta, dominata dagli scandali morali ed economici, dalla lotta per il potere. Lo stesso Papa appariva come un intellettuale fastoso, fermo a tradizioni anacronistiche, probabilmente colluso con il nazismo, e pieno di odio per il mondo moderno.

La Chiesa di Francesco non ha più alcun problema di cui si parli, e quelli che eventualmente ci fossero sono affrontati con rigore o saranno presto risolti. Il Papa Francesco è un uomo buono, mite, povero, sincero e comprensibile a tutti, deciso a rompere con il fasto e le ricchezze della Chiesa per andare incontro alle periferie esistenziali.

I due Papi sono veramente così contrapposti? La situazione è veramente diversa? Al momento, alla luce dei fatti, sembrerebbe di dover dire di no. Che i gravi problemi morali e finanziari della Curia Romana o di molte diocesi non possano essere stati risolti dalla semplice elezione di Papa Francesco, è palese, specie sapendo che tutti coloro che ne erano protagonisti sono al loro posto. Al massimo, questi problemi sono taciuti tanto quanto prima erano pubblicizzati. Quanto ai due Papi, indubbiamente siamo di fronte a personalità molto diverse: interiore, timido e raffinato Benedetto; estroverso, deciso e popolare Francesco. Ogni Papa ha la sua personalità, e ogni personalità potrebbe essere efficacemente messa a servizio del Pontificato supremo. Sulla dottrina, i due Papi sono uniti da una sostanziale identità di vedute sulle questioni principali: Francesco è, come Benedetto, un convinto assertore della triade conciliare. Come Benedetto, fa ecumenismo: entrambi hanno mandato il loro primo messaggio al rabbino capo di Roma, entrambi hanno ottime relazioni con gli orientali (Bartolomeo di Costantinopoli e Teodoro di Alessandria sono già stati a Roma, ricevuti con tutti gli onori possibili), e Francesco ha già incontrato i rappresentanti di tutti i culti. Come Benedetto, Francesco vuole libertà religiosa per tutti: «Questa esperienza deve portarci a promuovere la libertà religiosa per tutti, per tutti! Ogni uomo e ogni donna devono essere liberi nella propria confessione religiosa, qualsiasi essa sia. Perché? Perché quell’uomo e quella donna sono figli di Dio»[1]. Sappiamo come rispetti i non credenti, specie se giornalisti, evitando di forzare la loro libertà di coscienza con una benedizione (salvo poi coinvolgere due carcerate minorenni musulmane in un rito liturgico cattolico: ma l’effetto mediatico conta molto più della sostanza). Sulla collegialità, il Papa tiene a presentarsi come il Vescovo di Roma, evitando di sottolineare i segni della monarchia papale (parleremo più avanti della questione del “potere del Papa”).

Molti sono stati appunto colpiti dall’abbandono di qualche insegna pontificale da parte di Papa Francesco, esattamente come erano stati colpiti (positivamente o negativamente a seconda delle diverse sensibilità) dal ripristino di qualche elemento secondario del cerimoniale papale da parte di Benedetto. Anche qui, se guardiamo alla sostanza, la figura cerimoniale del Papa, nella sua complessità, è stata rasa al suolo da Paolo VI. I piccoli elementi isolati dal loro contesto ripristinati da Ratzinger ed eliminati da Bergoglio sono insignificanti se paragonati a quanto demolito da Montini. Ugualmente, sempre a livello di stile, si è notato il passaggio dal linguaggio accademico di Benedetto al tono colloquiale di Francesco, che passa da prediche semplici e popolari, a tratti edificanti, a veri e propri slogan del becerismo progressista.

Seppur dunque la sostanza non sia per ora fondamentalmente cambiata rispetto agli altri Papi post-conciliari (e se pensiamo agli anni folli di Giovanni Paolo II, c’è perfino una certa sobrietà), è evidente che gesti di per sé poco rilevanti sono stati usati, e forse anche appositamente compiuti, per lanciare un messaggio che è risultato più chiaro di tante teorie. Che tale messaggio sia voluto dai media, dai poteri mondani, dal Papa stesso o da tutti insieme di concerto, non cambia di molto i fatti. Papa Bergoglio presenta un’immagine della Chiesa che entra in una fase completamente nuova, nuova anche rispetto all’“ortodossia post-conciliare” incarnata dall’ermeneutica della riforma di Ratzinger. Benedetto XVI rappresenterebbe così, forse scientemente, una sintesi (in senso modernistico) della dottrina cattolica preconciliare con il post-concilio, una sorta di punto di raccolta del soggetto-Chiesa, che ora è pronto, a lanciarsi in una nuova antitesi, in una nuova rottura, nel ritmo vitale di cui parla Pascendi. Anzi, conoscendo ciò che l’enciclica di san Pio X dice del ruolo dell’autorità nella Chiesa secondo i modernisti[2], sembra che tutto sia stato fatto ad arte: rottura con l’ortodossia cattolica nel Concilio, rivoluzione, sintesi di tutto questo con Ratzinger (sintesi vitale resa visibile dall’equiparazione dei due riti), e ora contrapposizione a questa sintesi. In pratica, d’ora in poi la rottura sarà presentata tra il “pre e post Bergoglio”, piuttosto che tra “pre e post Concilio”. In questo senso è rivelatore che il Papa non nomini più i problemi di ermeneutica della lettera conciliare, ma a proposito del Vaticano II si limiti a evocarne il famigerato “spirito”, identificato con lo Spirito santo tout court, secondo il becerismo progressista della “nuova Pentecoste”[3]. I “conservatori”, che si sono bevuti la favola para-ratzingeriana della continuità, sono già caduti in questa trappola, e rimpiangono Ratzinger con lo stesso sentimentalismo degli esteti che rimpiangevano Pio XII nella Roma di Fellini. Per ora questa nuova antitesi è, lo abbiamo detto, puramente mediatica e di immagine. Servirà essa di trampolino di lancio a nuove deviazioni dottrinali? Sarà sufficiente a se stessa, visto che “il mezzo è il messaggio”? Lo sapremo di certo in tempi brevi.

La nuova immagine della chiesa di Francesco

Qual è questa nuova immagine della Chiesa? Su quale tipo di dialettica la si è così rapidamente costruita? Ed è veramente una novità?

Papa Francesco vuole distinguersi per povertà, sobrietà, semplicità. Niente paramenti antichi, niente insegne (ma la maggior parte delle insegne papali è scomparsa sotto Paolo VI). Si sottolinea il fatto che non abiti nel Palazzo ma sia rimasto in una suite d’albergo, che abbracci i bambini e accarezzi i cani, che dica “buongiorno”, che usi l’argento invece dell’oro, etc. Si sottolinea, lo abbiamo accennato, il contrasto –tutto relativo e spesso artefatto–  con Benedetto sotto questi aspetti. Parla dei poveri e di una Chiesa per i poveri, lontana da ogni tipo di potere. La stessa struttura giuridica della Chiesa è minimizzata se non disprezzata: non solo gli eccessi di questa (il “burocratismo”), ma il fatto in se stesso. La Chiesa, dice Bergoglio, non è «una struttura ben organizzata»[4]: egli respinge ogni immagine di autorità e l’idea della societas perfecta; evita di sedere sul trono, non ama gli omaggi, né il cerimoniale. Dal fioretto edificante si slitta rapidamente all’immagine di una Chiesa non più strutturata come società visibile, ma come una comunione, una “carità” (opposta a società)[5] cui presiede il Vescovo di Roma. Sovrainterpretazione? Non sembra, se leggiamo quanto Bergoglio dice contro il potere temporale della Chiesa (che pure ha inferenze dogmatiche, secondo il Sillabo di Pio IX[6] e le definizioni di Unam Sanctam[7]) nel suo libro “Il cielo e la terra”[8], scritto con il rabbino Skorka quando era ancora a Buenos Aires. In questo libro, fra i tanti luoghi comuni del conciliarismo, si leggono varie affermazioni contro il fatto stesso che la Chiesa abbia un potere (che al massimo è definito come “servizio”, ma proprio per opposizione ad autorità). Leggiamo dal capitolo Sul futuro delle religioni: «Se osserviamo la storia, vediamo che le forme religiose del cattolicesimo sono palesemente mutate. Pensiamo, per esempio agli Stati pontifici, dove il potere temporale era indissolubilmente legato al potere spirituale. Fu una deformazione del cristianesimo, che non corrispondeva né a ciò che voleva Gesù né a ciò che vuole Dio. Se nel corso della storia la religione ha subito un’evoluzione così grande, perché non dovremmo pensare che anche in futuro si adeguerà alla cultura dei tempi? Il dialogo fra la religione e la cultura è fondamentale: lo sosteneva già il Concilio Vaticano II. Fin dalle origini si è sempre chiesta alla Chiesa una continua trasformazione –Ecclesia semper reformanda–, e quella trasformazione assume forme differenti nel corso del tempo, senza alterare il dogma. In futuro la Chiesa si adeguerà alle nuove epoche, secondo forme e modalità diverse, proprio come oggi si differenzia dalle antiche modalità del regalismo, del giurisdizionalismo, dell’assolutismo». Ci sarebbe da commentare l’idea della Chiesa che emerge da queste righe, ma limitandoci al grassetto, è chiaro che affermare che il potere temporale del Pontefice sia una deviazione dalla volontà di Gesù Cristo non può andare senza alterazione del dogma stesso.

Le origini storiche della nuova immagine della Chiesa

La concezione sottesa a questi atteggiamenti ci è svelata dal padre Cantalamessa, il cappuccino predicatore della Casa Pontificia, da tempo legato a Bergoglio. Lo si vede presente nella famosa foto in cui l’ex Arcivescovo di Buenos Aires si fa benedire dai pastori pentecostali protestanti. Noto studioso di Gioacchino da Fiore, così il frate presenta il nuovo pontificato nella predica tenuta davanti al Papa il Venerdì Santo scorso: «Dobbiamo fare il possibile perché la Chiesa non divenga mai quel castello complicato e ingombro descritto da Kafka, e il messaggio possa uscire da essa libero e gioioso come quando iniziò la sua corsa. Sappiamo quali sono gli impedimenti che possono trattenere il messaggero: i muri divisori, a partire da quelli che separano le varie chiese cristiane tra di loro, l’eccesso di burocrazia, i residui di cerimoniali, leggi e controversie passate, divenuti ormai solo dei detriti. Nell’Apocalisse, Gesù dice che sta sulla porta e bussa (Ap. 3, 20). A volte, come ha osservato il nostro Papa Francesco, non bussa per entrare, ma bussa da dentro perché vuole uscire. Uscire verso “le periferie esistenziali del peccato, del dolore, dell’ingiustizia, dell’ignoranza e dell’indifferenza religiosa, di ogni forma di miseria”. Succede come con certi edifici antichi. Nel corso dei secoli, per adattarsi alle esigenze del momento, si sono riempiti di tramezzi, di scalinate, di stanze e stanzette. Arriva il momento quando ci si accorge che tutti questi adattamenti non rispondono più alle esigenze attuali, anzi sono di ostacolo, e allora bisogna avere il coraggio di abbatterli e riportare l’edificio alla semplicità e linearità delle sue origini. Fu la missione che ricevette un giorno un uomo che pregava davanti al crocifisso di San Damiano: “Va’, Francesco, ripara la mia Chiesa” (...) Che lo Spirito Santo, in questo momento in cui si apre per la Chiesa un tempo nuovo, pieno di speranza, ridesti negli uomini che sono alla finestra l’attesa del messaggio e nei messaggeri la volontà di farlo giungere ad essi, anche a costo della vita».

La nuova era di una Chiesa spirituale, libera tra tramezzi, cerimoniali e burocrazia, che ritorna alle origini, annunciata qui da Cantalamessa e rappresentata mediaticamente dagli atteggiamenti di Papa Francesco, è un’antica idea portata avanti dalle frange ereticali francescane del XIII secolo, un’idea che si fonda sul disprezzo gnostico della materialità e del potere, sotto qualunque forma. Gioacchino da Fiore (ca. 1130-1202) prevede l’avvento di una Chiesa spirituale, quando dei santi monaci sostituiranno la gerarchia, non senza un nuovo Papato, un Vescovo universale che rinnoverà la religione e predicherà la Parola di Dio[9]. Questa figura diventerà il “Papa angelico” dei francescani spirituali, colui che secondo Ruggero Bacone, nell’Opus tertium, scritto verso il 1267, «verrà a purgare il diritto canonico e la Chiesa di Dio dai cavilli e dalle frodi dei giuristi [...] Grazie alla bontà, alla verità e alla giustizia di questo Papa, i Greci torneranno all’obbedienza della Chiesa Romana...». Arnaldo da Villanova e altri autori “spirituali” presenteranno la contrapposizione tra l’Ecclesia carnalis, dotata del potere mondano e corrotta, e la futura Ecclesia spiritualis che, secondo l’eretico francescano Olivi e il suo discepolo Ubertino da Casale, arriverà nella terza età del mondo, quando i Papi torneranno alla assoluta povertà francescana[10].

Non è infatti casuale che il Papa si ispiri al Santo di Assisi. Il san Francesco di cui si parla oggi, anche all’interno dell’ordine francescano, non è quello a noi noto, ma quello ricostruito da una critica storica che ha applicato alle fonti sul Poverello lo stesso processo che i modernisti hanno compiuto con i Vangeli. L’iniziatore di questo processo fu il calvinista Sabatier[11], allievo di Rénan, che «ipotizza simpatie sanfrancescane verso le idee di Gioacchino da Fiore e influssi gioachimiti sull’Assisiate. Gioacchino da Fiore divideva la storia in tre età (quella del Padre, quella del Figlio, del Figlio e dello Spirito) e nell’ultima (quella dello Spirito) avrebbe prevalso l'amore, la povertà, il rifiuto per tutto ciò che è scienza, cose tutte che Francesco voleva inculcare al suo Ordine»[12].

Cui prodest?

Tutti questi elementi indicano come la contrapposizione mediatica tra Benedetto e Francesco, chiunque la abbia indotta e alimentata, serva a presentare una nuova Chiesa, spirituale, non giuridica, povera, che si contrappone alla vecchia e corrotta Chiesa carnale, la Chiesa legata al potere e alla ricchezza, fatta rappresentare artificiosamente da Ratzinger. Una Chiesa che si sarebbe rivelata impotente e fallimentare, costringendo lo stesso Papa Benedetto ad abdicare per disperazione. Non ha, mediaticamente parlando, nessuna importanza sapere ora quanto di tutto questo sia reale. Ciò che conta è che così venga percepito.

Si presenta dunque una Chiesa che si spoglia di ogni potere “carnale”, una Chiesa senza corpo, che da società perfetta e giuridica (tale che il Cristo l’ha fondata) diventa semplicemente “una storia d’amore”, volontariamente e maliziosamente contrapposta alla Chiesa visibile e organizzata[13]. L’organizzazione viene presentata come umana e sostanzialmente come un pericolo, tacendo del tutto il dogma che vuole che a dare questa organizzazione nei suoi tratti essenziali e nei suoi poteri sia stato proprio Gesù Cristo.

A chi giova questa nuova chiesa, o questa nuova immagine? La Chiesa dove il potere non solo non è esercitato (per ostacoli o per debolezza), ma dove il potere è radicalmente negato, la Chiesa dopo l’abdicazione, massimo simbolo della rinuncia ad esercitare il potere, è una Chiesa che si presta al gioco di altri inquietanti “poteri”. I francescani spirituali del Medioevo, negando il potere alle gerarchie ecclesiastiche, erano spesso i servi degli Imperatori. Gli “spirituali” di oggi sono applauditi dai poteri del mondo, che aspetta dalla Chiesa questa desistenza. Proprio in gennaio usciva un libretto di uno dei massimi iniziati italiani, Massimo Cacciari, ovviamente alle edizioni Adelphi, intitolato “Il potere che frena”. È un trattatello in chiave gnostica sul katéchon, di cui parla san Paolo. Nella seconda epistola ai Tessalonicesi l’Apostolo spiega che la venuta dell’uomo dell’anomia, l’uomo senza legge, cioè l’anticristo, è frenata da un katéchon (“ciò, o colui che trattiene”), che alla fine dei tempi sarà “tolto di mezzo”, dopo l’apostasia generale. I Padri hanno interpretato questo misterioso ostacolo come l’Impero Romano, o più in generale come il potere costituito che mantiene l’ordine del mondo. Tale potere è stato anche identificato come quello della Chiesa Romana, nella quale secondo san Tommaso si è trasferito l’Impero[14]. Cacciari ovviamente spiega, con dovizia di erudizione patristica, che il potere imperiale ed ecclesiastico frena l’avvento di questa nuova era, quella appunto dell’ultimo uomo che adora se stesso, che non ha più nulla da attendere o da sperare al di fuori di sé. Così predice Cacciari a pag. 80: «Impero e Chiesa secedono, allora, dalle proprie missioni, ma secondo una possibilità sempre aperta ed immanente in loro. Del dilagare dell'apostasia il segno più tremendo non è l'abbandono di impero e Chiesa da parte delle moltitudini, ma la secessio che in loro si opera dalle loro proprie missioni, dalla funzione e dalla fede che avrebbero dovuto incarnare». Lo stesso Cacciari aveva dichiarato in un’intervista dopo l’abdicazione: «Perché Ratzinger si dimette? Non è un segno o una lucida dichiarazione di impotenza a reggere una funzione katecontica? Ratzinger dice: continuerò a essere sulla croce. Quindi, la dimensione religiosa rimane. Ma la dimensione katecontica? Simbolo della Chiesa era, assieme, Croce e katechon. Davvero, il segno di queste dimissioni, a saperlo vedere in tutta la sua prospettiva è davvero grandioso perché viviamo in un’epoca in cui lo Stato ha già dichiarato la sua crisi e ora tocca alla Chiesa. Ma la Chiesa nella sua dimensione di “potere che frena”. Ratzinger – ne sono convinto – appare consapevole di questo. Continua a essere sulla croce, ma si dimette. Continua a essere Papa in quanto crocefisso»[15]. Può quindi, nella visione gnostica, che ci riporta a quanto dicevamo di Gioacchino da Fiore, rimanere il Papa spirituale, ma non il potere, cosicché il nuovo Papato non sia più ostacolo alla nuova era. La Chiesa Romana e il Papato infatti, secondo le promesse di nostro Signore, non cesseranno mai di esistere come tali; ma il mancato esercizio del potere, o peggio la negazione del medesimo, e lo svuotamento di tutti i segni esteriori che lo rappresentano, lo priverebbero della funzione katecontica.

Abbiamo quindi potuto appurare alcuni fatti: la volontà mediatica di presentare questo Pontificato come una rottura con lo stesso Ratzinger; l’insistenza di Papa Francesco su una Chiesa che non sia società giuridica perfetta; la coincidenza di questa visione, confermata da Padre Cantalamessa, con le attese dei grandi iniziati e dei poteri mondani. Abbiamo visto come antiche teorie siano in realtà attualissime. Siamo davvero agli ultimi tempi, o semplicemente alcuni cercano di accelerarli seguendo teorie molto chiaramente espresse? Si può pensare come si vuole, ma non si può ignorare che c’è chi agisce contro la Chiesa sulla base di queste teorie. Si tratta unicamente di un’operazione mediatica, o vedremo altri radicali cambiamenti all’interno della Chiesa? Teniamo presente che, in un mondo come questo, quanto è mediaticamente rilevante sembra avere molto più peso di quanto è realmente, e in questo senso il passo in avanti c’è già stato. Chi ne è cosciente attore, chi pedina, chi vittima? A queste domande non sta a noi rispondere, né lo potremmo facilmente. A noi basta sapere che ci si vuole far entrare in una nuova epoca della vita della Chiesa, e contemporaneamente sprofondarci in una nuova era anticristica (basta guardare a cosa sono intenti i governi europei), e tenerci saldi alla dottrina definita.

 



[1] Risposte durante la veglia di Pentecoste dedicata ai movimenti, 18 maggio 2013.

[2] «Quindi studiando più a fondo il pensiero dei modernisti, deve dirsi che l'evoluzione è come il risultato di due forze che si combattono, delle quali una è progressiva, l'altra conservatrice. La forza conservatrice sta nella Chiesa e consiste nella tradizione. L'esercizio di lei è proprio dell'autorità religiosa; e ciò, sia per diritto, giacché sta nella natura di qualsiasi autorità il tenersi fermo il più possibile alla tradizione; sia per fatto, perché sollevata al disopra delle contingenze della vita, poco o nulla sente gli stimoli che spingono a progresso. Per contrario la forza che, rispondendo ai bisogni, trascina a progredire, cova e lavora nelle coscienze individuali, in quelle soprattutto che sono, come dicono, più a contatto della vita. Osservate qui di passaggio, o Venerabili Fratelli, lo spuntar fuori di quella dottrina rovinosissima che introduce il laicato nella Chiesa come fattore di progresso. Da una specie di compromesso fra le due forze di conservazione e di progressione, fra l’autorità cioè e le coscienze individuali, nascono le trasformazioni e i progressi. Le coscienze individuali, o talune di esse, fan pressione sulla coscienza collettiva; e questa a sua volta sull'autorità, e la costringe a capitolare ed a restare ai patti.» (Pascendi, n. 2)

[3] «Il Concilio è stato un’opera bella dello Spirito Santo. Pensate a Papa Giovanni: sembrava un parroco buono e lui è stato obbediente allo Spirito Santo e ha fatto quello. Ma dopo 50 anni, abbiamo fatto tutto quello che ci ha detto lo Spirito Santo nel Concilio? In quella continuità della crescita della Chiesa che è stato il Concilio? No. Festeggiamo questo anniversario, facciamo un monumento, ma che non dia fastidio. Non vogliamo cambiare. Di più: ci sono voci che vogliono andare indietro. Questo si chiama essere testardi, questo si chiama voler addomesticare lo Spirito Santo, questo si chiama diventare stolti e lenti di cuore.» (Papa Francesco, Omelia del 16 aprile 2013).

[4] Risposte durante la veglia di Pentecoste dedicata ai movimenti, 18 maggio 2013.

[5] Sappiamo bene che l’espressione “presiedere nella carità”, riferita alla Chiesa Romana, risale a sant’Ignazio d’Antiochia. Tuttavia c’è un uso strumentale moderno di tale espressione, che vuole opporre l’agapé alla societas, concetti che invece coincidevano nel linguaggio dei Padri antichi.

[6] Due proposizioni condannate del Sillabo a titolo di esempio:

«LXXV. Intorno alla compatibilità del regno temporale col regno spirituale disputano tra loro i figli della Chiesa cristiana e cattolica. LXXVI. L'abolizione del civile impero posseduto dalla Sede apostolica gioverebbe moltissimo alla libertà ed alla prosperità della Chiesa».

[7] «L’una e l’altra spada sono in potestà della Chiesa, cioè la spada spirituale e quella materiale. Ma questa deve essere usata in favore della Chiesa, questa dalla Chiesa. Quella è nella mano del Sacerdote, questa dei Re e dei soldati, ma secondo il cenno e il volere del Sacerdote. Occorre infatti che un gladio sia sottomesso all’altro, e che l’autorità temporale sia sottomessa a quella spirituale». Bonifacio VIII, Bolla Unam Sanctam del 18 novembre 1302.

[8] J. M. Bergoglio - A. Skorka, Il cielo e la terra, A. Mondadori 2013.

[9] Gioacchino da Fiore, Liber de Concordia novi ac veteris Testamenti.

[10] Pietro di Giovanni Olivi (1274-1298), Lectura in Apocalypsim; Ubertino da Casale (1259-1330ca.), Arbor vitae crucifixae Jesu Christi.

[11] P. Sabatier, Vie de St. François d’Assise, Paris, 1931. La sua opera è ripresa dai modernisti e dagli ordini francescani stessi dopo il Concilio. Una piccola bibliografia sulle opere di questo tipo:

E. Buonaiuti, Francesco d’Assisi, Roma, 1925.

J. Le Goff, Francesco d’Assisi (raccolta di saggi), Milano 1998 (1a ed. it. 1967) (allievo di Bonaiuti).

P. Stanislao da Campagnola O.F.M.Capp., Introduzione alle Biografie di Francesco d’Assisi in Fonti Francescane, Padova, 1977.

R. Manselli, Nos qui cum eo fuimus. Contributo alla questione francescana, Roma, 1980 (pubblicata dall'Istituto Storico dei Cappuccini).

C. Leonardi, Il francescanesimo tra mistica, escatologia e potere, in “I Francescani nel Trecento, Atti del XIV Convegno internazionale della Società Internazionale di Studi Francescani”, Perugia-Assisi, 1988.

G. Miccoli, Francesco d'Assisi. Realtà e memoria di un’esperienza cristiana, Torino, 1991.

D. F. Accrocca, Francesco e le sue immagini. Momenti della evoluzione della coscienza storica dei frati Minori (secoli XIII-XVI), Padova 1997 (l’autore è sacerdote cattolico).

P. Pietro Messa O.F.M., Frate Francesco tra vita eremitica e predicazione, Assisi, 2001.

P. Pietro Maranesi O.F.M.Capp., Francesco, i suoi frati e la gente: evoluzione di una vocazione ad essere nel mondo, in “Miscellanea Francescana”, luglio-dicembre 2003.

[12] Dal saggio del P. Paolo M. Siano, F.I., Note di storia del francescanesimo, in Annales Franciscani, III (2008), pp. 108-213, unico studio recente che confuta le tesi neofrancescane.

[13] «Noi, donne e uomini di Chiesa, siamo in mezzo ad una storia d’amore: ognuno di noi è un anello in questa catena d’amore. E se non capiamo questo, non capiamo nulla di cosa sia la Chiesa [...] Ma la Chiesa non cresce con la forza umana; poi, alcuni cristiani hanno sbagliato per ragioni storiche, hanno sbagliato la strada, hanno fatto eserciti, hanno fatto guerre di religione: quella è un’altra storia, che non è questa storia d’amore. Anche noi impariamo con i nostri sbagli come va la storia d’amore». Omelia di Papa Francesco del 24 aprile 2013.

[14] In 2.am ad Thessalonicenses, c. II, lect. 1:«Sed quomodo est hoc, quia iamdiu gentes recesserunt a Romano imperio, et tamen necdum venit Antichristus? Dicendum est, quod nondum cessavit, sed est commutatum de temporali in spirituale, ut dicit Leo Papa in sermone de apostolis. Et ideo dicendum est, quod discessio a Romano imperio debet intelligi, non solum a temporali, sed a spirituali, scilicet a fide Catholica Romanae Ecclesiae. Est autem hoc conveniens signum, quod sicut Christus venit quando Romanum imperium omnibus dominabatur, ita e converso signum Antichristi est discessio ab eo» («Ma come è avvenuto che le genti si sono già separate dall’Impero Romano, e tuttavia non è venuto l’anticristo? Si deve dire che l’Impero non è ancora cessato, ma da temporale è stato mutato in spirituale, come dice Papa san Leone nel sermone sugli apostoli. E perciò si deve dire che l’apostasia dall’Impero Romano va intesa non solo del temporale, ma dello spirituale, cioè dalla fede cattolica della Chiesa Romana. È invero un segno conveniente che come il Cristo venne quando l’Impero Romano dominava tutte le genti, così all’opposto il segno dell’anticristo è l’apostasia da questo»).

[15] http://www.vita.it/mondo/attualita/la-chiesa-ormai-un-potere-che-frena.html

Fonte: La Tradizione Cattolica n° 2 - 2013

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