Editoriale: Ermeneutica della continuità?
Benedetto XVI, nel suo ormai celebre discorso alla curia romana del 22 dicembre 2005, parlava di una ermeneutica (interpretazione) del Concilio Vaticano II che deve essere fatta in continuità con il magistero precedente. Questo in opposizione all’ “ermeneutica di rottura” del cosiddetto post-concilio che sarebbe il solo eventuale responsabile della terribile crisi dottrinale che attraversa la Chiesa. Tali affermazioni hanno prodotto una corrente di pensiero che si può sintetizzare così: buono il concilio, cattiva una sua certa interpretazione; occorre tornare al concilio autentico.
Mi sembra che vi sia in questo un grave pericolo. Una tattica assodata della rivoluzione è quella di fare due passi avanti ed uno indietro per consolidare le sue dottrine, condannando gli eccessi che pur in esse sono contenuti ed ai quali si giungerà tranquillamente in seguito, addormentando così le possibili reazioni. Il concilio fu una rivoluzione paragonabile, a detta del Cardinal Suenens, all’89 (Rivoluzione Francese) nella Chiesa. Tale rivoluzione ha prodotto delle reazioni, in tutti coloro che erano legati alla tradizione e quindi alla dottrina ed al magistero della Chiesa. Di fronte ad esse la tattica è duplice: o stroncarle sul nascere, come si è cercato di fare agli inizi della Fraternità Sacerdotale San Pio X[1], con procedimenti degni dei tribunali sovietici, oppure integrarle, concedendo qualche cosa, … ma sempre pretendendo l’accettazione del concilio e delle sue dottrine novatrici che, lungi da essere estranee alla crisi della Chiesa, ne sono la principale causa. Di questo se ne era già accorto il professor Romano Amerio. Nel suo capolavoro Iota Unum, quando parla dello svolgimento del concilio, mette in evidenza come la sua libertà era stata già “legata” da Giovanni XXIII che aveva stretto pochi mesi prima un accordo con la chiesa ortodossa in virtù del quale il Patriarcato di Mosca avrebbe inviato osservatori al concilio, in cambio della promessa da parte del Papa di non condannare il comunismo. Fu il cosiddetto accordo di Metz, stipulato nell’agosto 1962 e firmato dal metropolita Nicodemo per la chiesa ortodossa e dal Cardinal Tisserant, decano del Sacro collegio, per la Chiesa Cattolica.
Amerio sottolinea a questo proposito la contraddizione già presente nel discorso di apertura di Giovanni XXIII, dove da una parte si celebra la libertà della Chiesa contemporanea, pur avendo già “imbavagliato” il Concilio con l’ impegno di non condannare il comunismo, nel momento in cui moltissimi vescovi sono imprigionati per la loro fedeltà a Cristo.
“Si poggia la rinnovazione della Chiesa sopra l’apertura al mondo e poi si stralcia dai problemi del mondo il problema del comunismo che ne è il principalissimo, essenzialissimo, decisivo”[2]. In seguito l’autore ricorda come tutta la preparazione triennale del concilio fu rigettata sul nascere, grazie ad una manovra preparata dalle forze progressiste. Il 13 ottobre, si dovevano eleggere i membri delle dieci commissioni deputate a esaminare gli schemi redatti dalla commissione preparatoria. Fu presentata la lista di coloro che facevano parte delle commissioni da cui erano usciti gli schemi, naturalmente più competenti per questo incarico. Il Cardinal Lienard prendendo abusivamente la parola lesse una dichiarazione chiedendo il tempo di concertarsi con gli elettori e quello di consultare le conferenze episcopali. Riuscì a bloccare la votazione.
Le commissioni furono poi formate con larga immissione di elementi estranei ai lavori preconciliari. Dei venti schemi non rimase che quello sulla liturgia. “Si mutarono l’ispirazione generale dei testi e persino il genere stilistico dei documenti che abbandonarono la struttura classica in cui alla parte dottrinale seguiva il decreto disciplinare. Il Concilio diventava in certo modo autogenico, atipico, improvviso”[3].
Si seppe poi che tale manovra era stata preparata da una riunione precedente, come lo stesso card. Tisserand rivelerà in seguito a Jean Guitton[4]. Limitazione sul nascere della sua libertà, rottura con tutta la sua preparazione: “Il concilio si svolse come oltrepassamento del Concilio preparato. Ma dopo che fu chiuso, il periodo postconciliare che avrebbe dovuto portare la realizzazione del concilio, ne portò invece l’oltrepassamento”[5].
Questo è stato possibile grazie all’equivocità del concilio stesso.
Romano Amerio lo spiega in maniera approfondita nel suo capitolo sul Postconcilio:
“La necessità di difendere l’univocità del concilio è già un indizio dell’equivocità sua… Il carattere anfibologico dei testi conciliari dà così un fondamento tanto all’ermeneutica neoterica quanto a quella tradizionale”[6].
Questa equivocità era voluta dai novatori. Padre Schillebeeckx poté tranquillamente dichiarare: “Adesso ci esprimiamo in modo diplomatico ma dopo il Concilio tireremo le conclusioni implicite”[7].
Se è vero quindi che il postconcilio ha superato il Concilio, è vero anche che è proprio il concilio che gli ha permesso questo superamento grazie ai suoi errori ed alle sue ambiguità; in una parola grazie al rigetto, programmato da un nucleo di novatori, della dottrina tradizionale per costruire la Chiesa su altre basi.
Più attuale che mai è l’insegnamento evangelico: “Un albero si riconosce dai suoi frutti. Nessun albero buono può dare frutti cattivi. Nessun albero cattivo può dare frutti buoni”. (Mt 7,15 et ss.)
Ora, come dal punto di vista medico non saper risalire alla causa della malattia, ma limitarsi a curare le sue manifestazioni estreme significa condannare il paziente. Così nella Chiesa, fino a quando non si tornerà alla dottrina tradizionale, avendo il coraggio di metter in causa l’unico concilio pastorale della storia, non si verrà fuori da questa crisi. Da ciò appare quanto sia pericolosa la teoria che vuol salvaguardare la causa del male, limitandosi a combattere unicamente le sue manifestazione più virulente. Metter in evidenza tale causalità e combatterla nella sua radice mi sembra il servizio più grande che si può rendere oggi alla Chiesa. Lo fece Amerio con i suoi scritti, censurati per anni ed oggi, quasi miracolosamente riscoperti in tutta la loro attualità. Lo sta facendo Mons. Bruno Gherardini con i suoi ultimi libri[8]. Lo ha fatto da anni la Fraternità San Pio X che continua in quest’opera con le attuali discussioni dottrinali a Roma.
Don Pierpaolo Maria Petrucci
[1]. Pur debitamente riconosciuta dal vescovo di Losanna- Friburgo, Mons. Charrier, 1 novembre 1970 poi da Roma stessa 18 febbraio 1971.
[2]. Iota Unum, ed Fede e Cultura, cap. IV, p. 75 et ss.
[3]. Op. cit., p. 86.
[4]. Paul VI secret, Paris, 1979 p. 123 cit. in Iota Unum, p. 86.
[5]. Iota Unum, p. 95.
[6]..Op. cit., p.97.
[7]. Itinéraires n. 155, p. 40.
[8]. Per esempio: Concilio ecumenico Vaticano II, un discorso da fare, Casa Mariana Editrice, Frigento.
Sommario:
- Editoriale: Ermeneutica della continuità?
- Leone X e il caso Lutero (Don Mauro Tranquillo) p.3
- La Santa Sindone (Don Ludovico Sentagne) p.5
- Il Buon Pastore e i troppo buoni pastori (Don Giorgio Maffei) p.8
- La schiavitù di San Vincenzo de Paoli p.8
- Un novello sacerdote italiano p.12
- Prossimi appuntamenti p.12





