Luci o tenebre?

L’ultimo libro di Benedetto XVI Luce del Mondo, (Libreria Editrice Vaticana) frutto di un’intervista concessa al giornalista, Peeter Seewald, suscita numerosi interrogativi. Primo fra tutti l’opportunità per un Pontefice di esprimersi non come pastore universale della Chiesa per trasmettere il deposito rivelato, ma da semplice persona privata, con opinioni quindi discutibili e, nel nostro caso, spesso sorprendenti. Un libro intervista infatti, come il Papa stesso afferma (Luce del mondo, p. 23, 24; p. 233), non gioisce affatto del carisma dell’infallibilità che preserva dagli errori e garantisce i fedeli di un insegnamento veramente cattolico senza dare adito ad ambiguità ed errori.

Il libro contiene certamente testi interessanti di spiritualità, di apologetica, di denuncia sull’avvelenamento del pensiero attraverso i media (p. 77); contro il relativismo (p. 80). Ma ciò che fa specie in un pontefice sono purtroppo le sue opinioni quando si trovano in ambiguità o in contrasto con la dottrina cattolica. Questa intervista benché non sia un atto di magistero, riflette comunque il pensiero del Pontefice e la direzione che intende dare alla Chiesa. Pur non scegliendo il nome di Giovanni Paolo III, Joseph Ratzinger dichiara di essere in “profonda continuità con il pontificato precedente” (p. 38), “unito in una profonda intesa” al suo predecessore e di “cercare di portare avanti quello che come un gigante, ha fatto Giovanni Paolo II”. Per ciò che riguarda l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, questa continuità era già apparsa in modo evidente, con la visita, scalzo e in preghiera, alla Moschea Blu, oppure in occasione delle diverse visite alle sinagoghe (più numerose di qualunque altro Papa p. 122). In particolare a quella di Roma dove ha chiamato gli Ebrei attuali “popolo dell’Alleanza” lasciando chiaramente intendere  che l’Antica Alleanza sia ancora in vigore, dichiarando che preghiamo insieme “lo stesso Signore” benché essi rigettino Gesù Cristo (vedi Veritas n° 71 marzo 2010), oppure quando per la prima volta invitò un rabbino a parlare al Sinodo dei vescovi (Luce dal mondo p 121).

Crisi, castità sacerdotale e matrimonio

Interessante notare che quando il Papa è interrogato sugli abusi sessuali, riconosce come dagli anni sessanta (gli anni del Concilio guarda caso…) il diritto penale ecclesiastico non sia stato più applicato: “Dominava la convinzione che la Chiesa non doveva essere una Chiesa di diritto, ma una Chiesa dell’amore; che non dovesse punire” (p.47). La crisi nella Chiesa, conseguente a quegli anni, è quindi una realtà: . “Negli ultimi venticinque anni si è verificata una grande trasformazione nella geografia religiosa. In paesi e in aree di cui in precedenza i cattolici erano il novanta per cento della popolazione totale o anche di più, il loro numero è sceso al sessanta per cento” (p.164). Parlando dell’infedeltà di sacerdoti al loro voto di castità, le sue dichiarazioni si fanno molto sorprendenti e direi anche scioccanti: “Laddove un sacerdote vive insieme a una donna si deve esaminare se esista una vera volontà matrimoniale e se i due possano contrarre un buon matrimonio. Se così fosse dovranno imboccare quella strada.” (p.66) Ma come si può sperare di contrarre “un buon matrimonio” nell’infedeltà alle promesse fatte a Dio? Come conciliare tali indicazioni con la pratica tradizionale della Chiesa? Essa non concedeva così facilmente la dispensa dal voto di castità. Nella sua fermezza, spingeva il sacerdote alla conversione e a ritrovare il suo ideale, cercando allo stesso tempo di proteggere i fedeli dallo scandalo. Come poter essere intransigenti sull’indissolubilità del matrimonio se poi così facilmente si può rompere un voto fatto a Dio di fronte a tutta la Chiesa? Oggi invece si deve considerare cosa normale per i fedeli assistere, a volte nella stessa parrocchia, al matrimonio religioso del loro ex pastore!

Parlando del matrimonio il Papa afferma che: “il matrimonio monogamico è il fondamento su cui poggia la civiltà dell’Occidente. Se crolla, crolla un elemento essenziale della nostra cultura” (p.67). Frase per lo meno sorprendente poiché il matrimonio fra un uomo e una donna non è il fondamento solo della nostra civiltà, proprio alla nostra cultura, ma di istituzione divina e fondato sulla natura umana, base quindi su cui devono poggiare tutte le società e non solo quella occidentale. Sconcertante anche l’affermazione secondo cui: “l’evoluzione ha generato la sessualità al fine della riproduzione” (p.211-212). Parlando dei luoghi di culto dell’Islam il Papa esprime un’altra opinione, cara ad altri prelati come il Card. Tettamanzi e  in voga nella chiesa conciliare: “Ci rallegriamo del fatto che nei paesi arabi ci siano chiese nelle quali i cristiani possano celebrare la messa e speriamo che così accada ovunque. Per questo è naturale che anche da noi i mussulmani possano riunirsi in preghiera nelle moschee” (p.86). In questa proposizione è assente una distinzione indispensabile, fra la vera religione, i diritti che le sono inerenti e le false religioni che non possono reclamare alcun diritto. Esse possono essere tollerate come un male, nella misura in cui si cerca di evitare un male più grande o ottenere un bene maggiore. Non è affatto naturale quindi che l’Islam si propaghi così in terra cristiana, favorito anche dalla gerarchia della Chiesa. Senza considerare il fatto poi che a volte le moschee divengono centri avanzanti del terrorismo e che la Guerra santa per la conquista del mondo all’Islam è un principio irrinunciabile del Corano, come un pilastro di questa religione.

Collegialità e ecumenismo

Anche sul tema della collegialità l’insegnamento del Concilio è ribadito: “Il Concilio Vaticano II ci ha insegnato, a ragione, che per la struttura della Chiesa è costitutiva la collegialità, ovvero il fatto che il Papa è il primo nella condivisione e non un monarca assoluto che prende decisioni in solitudine e fa tutto da se” (p. 107). E’ difficile poter credere che i Papi, prima del concilio, agissero prendendo decisioni in solitudine e facendo tutto da sè, ciò che è pressoché impossibile. Tuttavia la struttura della Chiesa, voluta da Gesù è monarchica e non democratica. Il Papa ne è il capo assoluto. Solo lui possiede in pienezza il potere di reggere la Chiesa. A questo potere può far partecipare Cardinali e Vescovi. Ma è contrario alla dottrina della chiesa affermare che unicamente per il potere di ordine, si usufruisce di una giurisdizione direttamente da Gesù Cristo, senza l’investitura del Papa, costituendo così nella Chiesa due soggetti del pieno potere di giurisdizione: il Papa e il collegio dei Vescovi (Vedi Tradizione Cattolica n° 75 La Chiesa, il Papa, i Vescovi—  don Mauro Tranquillo). In coerenza con questo principio il pontefice afferma che: “Le Chiese orientali sono vere Chiese particolari, sebbene non siano in comunione con il Papa. In questo senso l’unità con il Papa non è costitutiva per le Chiese particolari” (p. 133). Ma la Chiesa ha sempre insegnato che, proprio perché scismatiche, queste chiese si sono separate dal Papa che è la fonte dell’autorità e non possono dirsi vere chiese, non potendo reclamare la reale successione apostolica che fa capo al successore di Pietro.

Parlando degli Ebrei di oggi, Joseph Ratzinger li definisce ancora “Padri nella fede”(p.123), benché, non credendo in Gesù, non si possa dire che abbiano la fede. “Israele – dice il Papa - sa che il Vaticano appoggia Israele, appoggia l’ebraismo nel mondo, sa che noi riconosciamo gli ebrei come nostri padri e fratelli” (p. 180). Cosa si intende? L’appoggio della politica di Israele, malgrado la delicata questione palestinese? Oppure l’appoggio della religione ebraica? Se si tratta di questo come può la Chiesa appoggiare una falsa religione che rigetta Gesù Cristo?

Trattando della modificazione della preghiera per gli Ebrei il Venerdì santo, nel messale tradizionale il pontefice spiega: “L’ho modificata in modo tale che vi fosse contenuta la nostra fede, ovvero che Cristo è salvezza per tutti. Che non esistono due vie di salvezza e che dunque Cristo è anche il Salvatore degli ebrei, e non solo dei pagani. Ho inteso anche evitare che non si pregasse direttamente per la conversione degli ebrei in senso missionario, ma perché il Signore affretti l’ora storica in cui noi tutti saremo riuniti” (p. 153). Gesù è il Salvatore anche degli ebrei… ma non si deve pregare perché essi si convertano a lui! Come trovare il nesso logico? Forse l’unica spiegazione possibile è nella teoria della Redenzione universale fondata sul celebre passaggio di Gaudium et Spes (n° 20):  “Per la sua Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in un certo qual modo ad ogni uomo”. In ragione di questa unione ogni uomo sarebbe già redento. Oppure nel fatto che l’ebreo si salva tramite l’Antica Alleanza, credendo nel Salvatore a venire. Ciò sarebbe sufficiente. Ma la fede ci ricorda che per giungere alla salvezza occorre credere in Gesù Cristo: “Chi crederà sarà salvo… chi non crederà sarà condannato” (Mc. 16,15).

Morale

Grande scandalo ha suscitato l’affermazione del pontefice sui profilattici che sarebbero giustificati in singoli casi (p.170). La polemica è ancora in atto nella chiesa fra chi cerca di giustificare una tale affermazione e coloro che, citando l’insegnamento tradizionale, in particolare Casti Connubii e Humanae vitae, la rigettano. In ogni caso, anche se si potrà continuare a discutere sull’interpretazione di tali parole, esse hanno rotto un argine che fino ad ora la Chiesa aveva conservato intatto in questo campo. Tutta la stampa internazionale lo ha capito e si è infilata nella breccia, come d’altra parte l’ala liberale della Chiesa.


Caso Williamson

Molto singolare ancora il secco no del Papa alla domanda sulla revoca della scomunica a Mons. Williamson se avesse saputo che egli negava l’esistenza delle camere a gas. Il pontefice afferma che “Williamson è una figura particolare in quanto non è mai stato cattolico nel senso proprio del termine. Era anglicano e dagli anglicani è passato direttamente a Lefebvre” (p. 174-175). Ciò costituisce un errore poiché Mons. Williamson si convertì prima di entrare nella Fraternità San Pio X e quando vi entrò, essa fu regolarmente riconosciuta dal Vescovo di Losanna-Friburgo e poi da Roma. L’illegale soppressione venne in seguito. Affermare che un’opinione storica pur discutibile o erronea possa essere una condizione sine qua non per far parte della comunione ecclesiastica è per lo meno sorprendente.

Liturgia

Durante le sue celebrazioni il Papa desidera che si riceva la S. Comunione in ginocchio e ne dà delle ragioni profonde: “Qui c’è Lui, è di fronte a lui che cadiamo in ginocchio”, (p. 220); lamenta profanazioni che avvengono nelle cerimonie di massa ove persone “si mettono la comunione in borsa” (p. 219) ma afferma: “Non sono contrario alla comunione nella mano per principio, io stesso l’ho amministrata così ed in quel modo l’ho anche ricevuta” (p.219).

Fatima

Deludenti anche le risposte su Fatima e il terzo segreto, (p. 225 e ss.) sopratutto nel frangente attuale dove, dopo le ultime pubblicazioni di Socci (Antonio Socci, Il quarto segreto di Fatima - ed. Rizzoli) e Ferrara (Christopher A. Ferrara, Il segreto ancora nascosto Good Consules Publications), si può affermare con certezza che una parte del messaggio non è stata rivelata. Il Papa non può ignorarlo. Perché continuare a nasconderlo? Più che mai i fedeli, per essere confortati nella fede, hanno bisogno, non di interviste, ma del vero magistero, quello infallibilmente ispirato dalla Spirito Santo dove non vi può essere ombra di errore. Di fronte ad opinioni personali, anche se autorevoli, è la fede perenne che deve guidarci per non cadere in errore. Meditiamo ciò che San Paolo diceva ai Galati: nessuno, e neppure un angelo disceso dal cielo potrà mai cambiare la fede (Gal. 1,8). Così non saremo vittima di ciò che Mons. Lefebvre chiamava il colpo maestro di Satana: perdere la fede, disobbedire a Dio in nome dell’obbedienza.

Don Pierpaolo Maria Petrucci

da Veritas n° 76

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