Editoriale

 

 

Cari fedeli, amici e benefattori,

Il mese di novembre ogni anno viene a ricordarci tutti i santi che ci hanno preceduto in Paradiso e che cerchiamo di seguire. Ci ricorda anche che le anime dei nostri cari stanno ad aspettare ancora di poter arrivare in Cielo e che soffrono nel Purgatorio. Troppo facilmente presi dall’agitazione di tutti i giorni, li dimentichiamo. Vorrei quindi fermarmi un po’ su questa realtà come spunto di riflessione e di preghiera.

 

Esistenza del Purgatorio

Troviamo una definizione esplicita del Magistero nel Concilio di Firenze del 1439. In quell’occasione, i Padri conciliari avendo per scopo la riunione con gli scismatici greci, trattarono  questo punto di litigio: Inoltre definiamo che le anime di chi, veramente pentito, muore nell’amore di Dio, prima di aver soddisfatto per i peccati e le omissioni con degni frutti di penitenza, vengono purificate dopo la morte con le pene del purgatorio[1].

Con questa definizione abbiamo un dogma di fede che dobbiamo credere esplicitamente. Il Concilio di Trento riprende due volte l’argomento e anatematizza chi rifiuta questa verità di fede[2].

Nelle fonti della Rivelazione, che sono la Sacra Scrittura e la Tradizione, troviamo per esempio un bel testo nell’Antico Testamento all’epoca dei Maccabei. Alcuni degli uomini di Giuda Maccabeo erano morti durante un combattimento. L’indomani trovarono che questi uomini avevano conservato degli oggetti idolatrici sotto la loro tunica: Così fu a tutti palese per quale causa costoro erano morti. Tutti, perciò, dopo aver benedetto il Signore, giusto giudice, che rende manifeste le cose occulte, si diedero a fare una supplica, chiedendo che il peccato commesso fosse completamente cancellato[3]. Questo testo ci mostra che i Giudei del II secolo prima di Cristo credevano nell’esistenza di un luogo di espiazione dopo la morte: è la definizione del Purgatorio.

Potremmo ancora dare tanti testi dei Padri e della Liturgia ma preferiamo interrogarci sul perché dell’esistenza del Purgatorio.

 

Perché non basta l’assoluzione sacramentale?

Se non ci fosse il Purgatorio le anime che muoiono con qualche peccato veniale non ancora perdonati o con dei peccati veniali o mortali già perdonati ma non totalmente riparati, non potrebbero mai andare in Paradiso perché per vedere Dio faccia a faccia bisogna essere perfettamente puri. È quindi per misericordia che Dio ha creato questo luogo di espiazione affinché queste anime possano entrare poi in Paradiso.

Se un uomo muore con dei peccati veniali non confessati capiamo subito perché la sua anima deve passare dal Purgatorio. Ma se ha già confessato tutti i suoi peccati, per esempio ricevendo l’assoluzione in articulo mortis, perché dovrebbe ancora passare dal Purgatorio? Cosa gli rimane ancora da espiare dopo l’assoluzione sacramentale?

Il catechismo del Concilio di Trento ci insegna che dal peccato scaturiscono due conseguenze: la macchia e la pena. Prendiamo l’esempio del re Davide. Benché abbia ricevuto dal profeta Natan le parole rassicurartrici: Il Signore ha cancellato il tuo peccato e tu non morrai (II Re XII, 13); pure dovette sottostare a pene gravissime, implorando notte e giorno la misericordia divina: Lavami abbondantemente dalla mia iniquità; mondami dal mio peccato; riconosco la mia colpa; ho sempre dinanzi a me il mio peccato (Salm L, 4). Così chiedeva al Signore di condonargli non solamente il delitto ma anche la pena ad esso dovuta. Eppure il Signore, nonostante le sue incessanti preghiere, colpì Davide con la morte del figlio adulterino e il tradimento e la morte di Assalonne, il suo figlio prediletto, e con altre punizioni, in antecedenza annunciate[4].

In effetti, come spiega il Concilio di Trento, l’essenza della Giustizia divina esige che in modo diverso siano ricevuti in grazia coloro che per ignoranza peccarono prima del battesimo e coloro che una volta affrancati dalla schiavitù del peccato e del demonio, insigniti del dono dello Spirito Santo non esitano a violare consapevolmente il tempio di Dio e a contristare lo Spirito Santo. In questo caso, prosegue il Concilio, conviene alla divina clemenza che non siano condonati i peccati senza alcuna soddisfazione, perché alla prima occasione, reputando poca cosa la colpa, disprezzando lo Spirito Santo, non cadano in misfatti più gravi, accumulando l’ira divina per il giorno della vendetta.

Vediamo quindi che Dio sia per giustizia che per clemenza ci lascia dopo la confessione la soddisfazione o penitenza da adempiere. Se non la facciamo in questa vita appellandoci alla misericordia di Dio la dovremo espiare in stretta giustizia in Purgatorio.

In conclusione durante questo mese di novembre, pregando e offrendo sacrifici per le anime del Purgatorio, meditiamo sulle pene dovute ai nostri peccati e non provochiamo oltre la giustizia divina ma procuriamo di espiare i nostri peccati con le opere della carità, con le indulgenze e così potremmo ridurre o annullare il nostro Purgatorio. 

Che il Signore vi benedica

don Ludovico Sentagne

 

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[1] Denzinger Hünermann §1304 (si abbrevia in Dz 1304)

[2] Dz 1580 & 1820. Citiamo Dz 1580 (Sessione VI, Decreto sulla Giustificazione, canone 30): Se qualcuno afferma che, dopo aver ricevuto la grazia della giustificazione, a qualsiasi peccatore pentito viene rimessa la colpa e cancellato il debito della pena eterna in modo tale che non gli rimanga alcun debito di pena temporale da scontare sia in questo mondo sia nel futuro in purgatorio, prima che possa essergli aperto l’ingresso al regno dei cieli: sia anatema.

[3] II Mac XII, 40-42. Ritroviamo questo testo nell’epistola della seconda Messa del 2 novembre.

[4] Catechismo Tridentino, Ed. Cantagalli, “Definizione e proprietà della soddisfazione”, §260, p.332.

 

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